In ascolto del discorso della montagna «Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire». Non sono parole tratte dalla pia agiografia di qualche martire dei primi secoli, ma il Testamento spirituale di Shabbaz Bhatti, ministro pakistano per le minoranze religiose barbaramente trucidato pochi mesi fa.
È un luminoso esempio recente, purtroppo non l’ultimo, che va ad allungare l’elenco dei «beati i perseguitati per causa della giustizia», quelli a cui Gesù ha detto: «beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
I perseguitati sono l’ultima categoria di persone che Gesù dichiara felici. Il motivo della felicità non è qui la persecuzione in sé, ma la causa che la scatena. E questo ci lascia perplessi: è possibile che si possa soffrire per una causa buona, come il lavorare per diffondere la giustizia tra gli uomini? E perché mai, poi, si dovrebbe soffrire semplicemente perché cristiani, cioè perché preoccupati solo di vivere e diffondere il messaggio dell’amore?
Eppure è così: da sempre il giusto, con il suo semplice esserci e vivere in un certo modo, dà fastidio all’empio, che perciò cerca di sbarazzarsene (cf. Sap 1-2). Cristo è stato la vittima più illustre; Lui totalmente innocente, davanti a cui tutti dichiaravano: «ha fatto bene ogni cosa», è stato ingiustamente messo a morte. E il cristiano, se davvero segue il suo Maestro, può aspettarsi sorte migliore? Scriveva ancora Shabbaz Bhatti: «quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto mi chiedo come io possa seguire il cammino del Calvario. Nostro Signore ha detto: “vieni con me, rinnega te stesso, prendi la tua croce e seguimi”».
La persecuzione è una realtà tristemente attuale. Il martirologio cristiano si allunga ogni anno di molti nomi, noti o ignoti, persone messe a morte solo perché cristiani, come in Sudan, in India e in tanti paesi musulmani. E se nel nostro Occidente non si muore più perché cristiani, è però in atto una persecuzione molto più subdola che mira a un «sistematico dileggio culturale nei confronti delle credenze religiose» (Benedetto XVI). Il secolarismo non combatte la fede, ma fa di tutto per farla apparire irrilevante; non c’è più un’autorevole Parola divina a normare la vita, ma conta invece la mentalità diffusa, il “così fan tutti”, e il credente che pensa e agisce diversamente è semplicemente deriso ed emarginato.
Quest’ultima beatitudine non è meno paradossale delle precedenti, e forse è ancora tristemente attuale il monito che il Card. Pellegrino lanciava già più di trent’anni fa: «se c’è una pagina del Vangelo che suona come una sfida al modo comune di fare e di sentire degli uomini di tutti i tempi, è proprio quella delle Beatitudini. Ma ci siamo così assuefatti – almeno i cristiani che hanno qualche contatto con la Chiesa e con il Vangelo – che queste parole sembra abbiano perso la forza d’urto che dovrebbe farcele penetrare dentro brucianti e sconvolgenti». Che ogni credente, ogni comunità e la Chiesa intera abbiano il coraggio di battere le strade impopolari delle Beatitudini, evitando ogni tentazione di potenza, trionfo, consenso, visibilità a tutti i costi… Solo così saranno “beate”.
Fraternità monastica di Montecroce Monsignor Oscar Romero