In questi giorni, il grande scrittore Orhan Pamuk, premio nobel turco, ha aperto ad Istanbul un suo museo della memoria, nel quale espone gli oggetti più disparati: dai mozziconi di 4213 sigarette fumate dal personaggio di un suo romanzo durante una infelice relazione sentimentale agli spazzolini da denti e così via.
A pensarci bene, chiunque di noi abbia raggiunto una certa età, si trova in casa un museo dei ricordi. Il mio lo organizzerei in tre sezioni: oggetti, documenti, ricordi. Vediamo.
Oggetti. Un pettine ormai sdentato proveniente da un negozio di Gerusalemme Est. Un amuleto islamico detto l’occhio di Hallah acquistato al Gran Bazar di Istanbul. Una menorah acquistata in un quartiere ebraico parigino presidiato dalle forze di polizia in assetto antiterrorismo. Un cd con musiche tradizionali palestinesi proveniente da Nazareth. Un piccolo gallo di legno dipinto, artigianato della Lisboa antigua. Una statua di legno raffigurante un ebreo musicante della diaspora orientale, scovato in una bancarella polacca a Sanremo. Una statua di Shiva nataraja, dono di un amico tornato dall’India. Una statua antica del Buddha superstite di un monastero vietnamita mitragliato dai khmer rossi. Un finto bronzetto “Ombra della Sera” opera di un artigiano di Volterra. Una statua di Teresina del Bambin Gesù, mia santa preferita. Una foto giovanile di mia madre e una medaglia al merito guadagnata da mio padre nella campagna d’Africa.
Documenti. Il ritratto che mi ha fatto un barbone ligure, utilizzando un pezzo di cartone recuperato in una discarica, nel quale ha colto tutta la mia amarezza per un amore appena finito. La famosa fotografia del “Bacio” di Doisneau, recuperata da un bouquiniste sulla riva della Senna. L’unica lettera di una fidanzata che non amava scrivere. Una poesia, vergata sulla carta di un pacchetto di sigarette, da un’amica, osservando un quadro fiammingo al museo di Palazzo Bianco a Genova. L’espresso con il quale il direttore dell’Eco del Chisone e mio maestro in giornalismo, don Morero mi invitava a collaborare al suo settimanale.
Ricordi. Le pietre consumate dai passi delle strade di Gerusalemme dove Lui è passato… Una dolce bambina che giocava a salterello in via Prè a Genova, ignara dello sfacelo umano che l’attorniava. La generosità di un palestinese gerusalemmita che essendomi perso, ha chiuso il suo microscopico negozio per accompagnarmi fino alla Porta di Damasco. Un indimenticabile tramonto sul mare in burrasca a Vernazza. Il “buon Natale” che mi augurò un marocchino infreddolito sotto i portici nuovi di Pinerolo, perso tra la folla di persone che, come cavallette impazzite, entravano nei negozi per gli acquisti dell’ultima ora.
Capisco che tutto questo possa sembrare di un kitsch che fa persino tenerezza ma queste sono, assieme al volti delle persone amate, le cose che vorrei portare con me come viatico quando mi toccherà attraversare la “valle delle ombre” di cui parla il salmo 23.

Aldo Rosa