Don Giovanni Piumatti, nuovo direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano, scrive da Muhangaa «Chi dice la gente che io sia. La gente chi dice che sia «il Figlio dell’uomo». Quando Gesù pose questa domanda, non provocò solo molte risposte, ma sopprattutto sollevò molti interrogativi. Non era una banale curiosità, la sua. E neppure solo desiderio di sapere se era capito: lui stesso, la sua missione. Penso che fosse un invito a posizionarsi, a confrontarsi con lui.
Se una ragazza chiede al ragazzo «che cosa dici di me?» non é per sentirsi dire «sei la figlia del panettiere», oppure «vai a scuola al Buniva». Ma vuole costringere il ragazzo a dichiararsi, a prendere una posizione concreta nei suoi confronti.
La domanda di Gesù non era teoria: voleva conoscere, e far conoscere la posizione degli altri nei suoi confronti; una necessità, la sua. Voleva costringere gli altri uomini a guardarlo in faccia e a pronunciarsi, collocarsi davanti a lui. Lo capì molto bene il diavolo, che tagliò corto: «Che c’é tra te e me?». Mi é venuto in mente questo episodio del Vangelo per chiarire il significato della giornata missionaria. La giornata missionaria è questa «strada che va verso Cesarea di Filippo» dove Gesù interrogò i suoi. Mentre camminiamo il Brasile, l’Africa, l’India, questo «figlio dell’uomo», ci interroga «Che cosa dice la gente che io sia?».
Una bella occasione per fare il punto. Per molti l’Africa è un paese esotico, attraente, una meta per le vacanze. Per altri, una realtà che turba e suscita compassione. Per altri ancora, un’occasione, un invito, impegno alla solidarietà. E per noi? È un po’ di tutto questo, ma anche molto di più. È un urgente messaggio di Dio. Abbiamo mille ragioni per affermare questo. Io che mi trovo in Africa da quarant’anni, ma ritorno spesso in Italia, non ho dubbi per affermare che il cosiddetto Terzo Mondo non è uno dei tanti profeti, uno dei tanti problemi, uno dei tanti richiami. Ma è l’occasione da non perdere. Un confronto necessario e vitale. America Latina, Brasile, Africa, India, Congo. Che dice la gente? E voi che dite? Un’infinità di interrogativi. Anche tante risposte, tentativi di risposte. Molte di esse smuovono, coinvolgono, placano un po’ la coscienza; ma non ci soddisfano. In passato quando parlavamo di missioni, giornata missionaria, missionari… era chiaro quel che si intendeva: paesi da evangelizzare, pagani da convertire; formare e sostenere catechisti, clero locale, santa infanzia; costruire chiese, scuole, ospedali. Si pregava e si raccoglievano aiuti per questo. Oggi si sente parlare di pozzi, mulini, opere di sviluppo; solidarietà, condivisione, giustizia. Senza peraltro escludere completamente gli altri messaggi. E si raccoglie ancora. In passato i missionari erano quelli della Consolata, erano don Tron, don Rossetto, don Bessone. Oggi invece don Aldo, don Luigi, e tanti altri mi dicono: «è più missione qua da me che là da te…», e non hanno tutti i torti. Senza pretendere di esaurire il problema, penso sia giusto fare un po’ di chiarezza anche sulle parole che usiamo, per non restare nel vago o nell’ambiguo. I problemi in questione sono due. Il primo è la missione, cioè l’ annuncio del Vangelo a chi non lo conosce ancora o non lo conosce più. Su questo tema tra Pinerolo e Muhanga e Cicero Dantas non c’é distinzione sostanziale: siamo quasi sullo stesso piano. Questo obiettivo lo condividiamo con altri Uffici diocesani. Il secondo problema è rappresentato dai Paesi poveri o, meglio, impoveriti: il nostro rapporto con Africa, Brasile, India… Su questo abbiamo molto da dire, e da fare. Forse è questo l’obiettivo specifico dell’Ufficio missionario e della giornata missionaria.
Oggi ci accorgiamo meglio che il mondo che abitiamo è unico, lo abitiamo insieme. Abitiamo una casa comune. Questo nostro mondo non è neppure un condominio, ma un unico alloggio. Bangladesh, Argentina, Mali, Congo: camere diverse ma comunicanti tra loro. Spostarsi da una camera all’altra non è un problema, e non è neppure un problema prendere una sedia di qua e metterla di là.
Lo si fa tutti i giorni e sotto gli occhi di tutti. Ciò che accade in una stanza si ripercuote nell’altra. Se uno fa il prepotente, l’altro lascia cadere le braccia. Porte che si aprono in un senso e non nell’altro. È evidente che se mi occupo unicamente di una stanza e vi ammucchio tutto ciò che mi viene sotto mano l’altra stanza si svuota. Non c’è alternativa. Un movimento che produce molta ricchezza, necessariamente genera povertà altrove. Due facce della stessa medaglia. Questo meccanismo non nasce oggi ma oggi forse lo vediamo meglio in faccia. Prima si parlava di conquiste, scoperta dell’America o di chissà cosa. Poi si parlò di colonizzazione e civilizzazione. Infine si parla di mondializzazione. Ma la dinamica è la stessa, e stessi sono i frutti: ricchezza e benessere per gli uni, morte e povertà per altri; oro, spezie, petrolio, coltan per gli uni, guerre e insicurezze per gli altri. Alcuni lo vedono, ne sono coscienti; ad altri interessa tener nascosto.
In una serata dedicata all’Africa, a Pinerolo, parlavamo di povertà, miseria, ingiustizie, sottosviluppo; parlavamo della guerra nostra nel Kivu, costruita apposta per facilitare la fuga di coltan, oro e legname. Un amico, senza polemica ma molto convinto, mi disse: «Non credere che qua non abbiamo problemi altrettanto gravi: i barboni, disoccupazione dei giovani, gente che non ce la fa ad arrivare a fine mese…». Come dire, come possiamo caricarci di altro? Cercai di rispondere, ma non so se fui convincente. Se io ho una mano in cancrena che mi tormenta e mi fa soffrire, è normale che mi concentri su di essa; ma se nel frattempo mi accorgo che pure una gamba è in cancrena? Sarebbe sciocco dire «ho già la mano, non ho tempo per…». È triste, è tragico, è un problema che va al di là delle mie forze, ma questo è il mondo che ci siamo fatti; forse sono altri che ce lo hanno fatto, ma noi ci siamo dentro.
C’è però anche l’altro volto. I primi anni che ero in Africa chiedevo aiuti, e me li davano. Ora è da tempo che non chiedo nulla, nonostante le grandi necessità, ed anche progetti. Sono veramente tanti gli amici che mi cercano, ed anche gente che appena mi conosce; ci tengono a mettermi in mano dei soldi. Vogliono unirsi, vogliono partecipare. In Italia è aumentata molto la sensibilità e la generosità: tantissimo!
Tanta gente non vuole restare assente alla costruzione di un altro mondo. Paolo, direttore di un ospedale neurologico, è venuto in Africa; e a partire da quel giorno la sua passione diventa il passare nelle scuole per raccontare, far conoscere. Lia, professoressa di ginnastica in pensione, coinvolge le colleghe, insegnanti di geografia, di storia, ragazzi delle scuole superiori. Lella e Patrizia hanno coinvolto tutto un istituto scolastico che ormai da una dozzina d’anni cammina al passo con un’intera direzione di scuole elementari in Africa. Qualche anno fa in una scuola media del pinerolese parlavamo di tutto questo; dopo un po’ un ragazzino si alzò e senza nascondere la collera che aveva dentro, gridò: «Ma perché queste cose non ce le dicono?». Santa collera!

Giovanni Piumatti
Direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano

Dida  regione del Tharaka, a circa 250 km a nord est da Nairobi