In ascolto del discorso della montagna II “Beati coloro che piangono, perché saranno consolati” (Mt 5,4). Ancora una volta Gesù ci lascia spiazzati con le sue parole, specie quando suonano così paradossali come questa “beatitudine delle lacrime”. Tutti spiazzati ma punti sul vivo, perché non c’è persona che prima o poi non sia toccata dalla sofferenza e versi “il sangue dell’anima”, come S. Agostino definiva le lacrime.
Ma quali lacrime Gesù promette che saranno consolate da Dio? E a quali condizioni?
Le lacrime possono aprirsi alla consolazione e, anzi, contengono già in sé la consolazione, quando sono intrise di speranza, di fede e di carità.
Una sofferenza può assaporare già la consolazione quando è illuminata dalla speranza. Ciò che rende le lacrime ancora più amare, infatti, è la disperazione, il non vedere soluzioni alla propria sofferenza. Promettendo la consolazione Gesù apre le finestre di ogni cuore che soffre nel buio della disperazione e vi fa entrare la luce e il calore della speranza. Sapere che la propria sofferenza finirà, non cancella il dolore, ma lo rende sopportabile. Gesù assicura coloro che piangono che sarà seccata la fonte del pianto, che “Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento né affanno” (Ap 21,4), che l’ultima parola ce l’avrà la gioia e la consolazione.
Una sofferenza può divenire beata quando trova il suo punto di appoggio nella fede. Chi soffre e “al dolore riesce a dare il nome di croce”, può fare l’esperienza della consolazione. Chi crede percepisce che se non è stata assurda la croce di Cristo, unita alla Sua non sarà assurda nemmeno la propria. Anche chi crede grida al Signore: “non essere sordo alle mie lacrime” (Sal 38,13), ma trova nella fede una risposta che gli dà pace: “eppure, Signore, Tu vedi l’affanno e il dolore; tutto Tu guardi e prendi nelle tue mani; le mie lacrime nell’otre tuo raccogli, non sono forse scritte nel tuo libro?” (Sal 9,35; 55,9). La fede non spiega il dolore, ma lo accoglie e lo offre, e in questo modo le lacrime sgorgate da un cuore che crede, non sfigurano una persona, ma la trasfigurano.
Infine una sofferenza può mostrare anche il suo volto salvifico quando è vissuta nella carità, perché non è il dolore che salva, ma l’amore. Le lacrime versate per amore sono soprattutto quelle che sgorgano da un cuore che sa piangere sul proprio peccato, come l’adultera del Vangelo che con le sue lacrime bagnò i piedi di Gesù, e si sentì dire: “molto ti è stato perdonato, perché molto hai amato” (cf. Lc 7,47). Sono lacrime d’amore e di compassione quelle versate da chi sa “piangere con chi piange” (Rm 12,15) e quelle versate per il peccato degli uomini: sono le stesse lacrime che ha versato Gesù davanti all’amico Lazzaro morto da tre giorni o davanti a Gerusalemme che non ha saputo riconoscere di essere stata visitata da Dio. Anche oggi sopravvive qualche raro rappresentante di questa categoria di “uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che si compiono” nel mondo (Ez 9,4); costoro sono beati perché vivono in sé la passione e la compassione di Cristo, costoro sperimentano in sé la coesistenza di gioia e dolore, di una “tristezza gioiosa”.
Questa beatitudine è dunque una parola illuminante per ciascuno di noi che vive nella prova; ma è anche un appello urgente a ciascuno di noi a farsi strumento di consolazione per chi è nella prova.
Fraternità monastica di Montecroce Addolorata