Un contributo della biblista Mariarita Marenco C’è un mistero di femminilità che attraversa l’intera Bibbia, e percorre come un filo rosso le vicende dell’Alleanza che Dio ha stabilito con il popolo eletto e con l’umanità intera. Sì, perché Dio ha bisogno di uomini e donne, di sorelle e fratelli, di padri e di madri, per dare compimento al suo progetto di porre la sua ‘dimora’ in mezzo a noi, tramite suo Figlio, Gesù di Nazaret.
Il popolo della Bibbia è in realtà visibilmente segnato da una concezione molto limitativa della donna. Possiamo citare un passo, di certo umoristico, della Mishnà, testo rabbinico del II sec. d.C., che traduce la superiorità dell’uomo nei confronti della donna, commentando la scena della creazione della donna: «Da quale parte dell’uomo farò la donna, si domandò il Signore? Dalla testa? Sarà troppo orgogliosa. Dall’occhio? Sarà troppo curiosa. Dall’orecchio? Origlierà alle porte. Dalla bocca? Chiacchiererà. Dal cuore? Sarà invidiosa. Dalla mano? Sarà prodiga. Dal piede? Sarà una che va in giro. Alla fine il Signore prese una parte del corpo oscura e casta, nella speranza di renderla modesta.» (Bereshit Rabbà 8,2).
Tuttavia vedremo come la novità dell’azione di Dio si rivela e agisce proprio dal di dentro delle istituzioni infrangendo i costumi. E come dinanzi al Dio dell’Alleanza, anche il volto della donna si illumina, la dignità femminile diviene cifra di salvezza.

La “condizione” femminile secondo i testi giuridici
La società dell’antico Israele da cui derivano i testi della Bibbia ebraica è strutturata in modo patriarcale. Questo rivelano i testi giuridici. Le società patriarcali dell’antico Oriente, non discriminano soltanto a seconda del genere (maschile o femminile), ma anche a seconda delle categorie delle età, dei rapporti economici, dello stato giuridico di libero o non libero, vale a dire schiavo. Nell’antico Oriente, chi è libero ha diritti personali, e chi non lo è, ha un diritto subordinato ai diritti effettivi del suo padrone o padrona (si veda per es. il libro dell’Esodo 21,20.32). Nel medesimo ceto sociale, gli uomini stanno al di sopra delle donne, che appartengono loro come figlie, sorelle o moglie. Nel Decalogo, la cui prima versione risale all’VIII secolo a.C., la donna rientra tra i beni dell’uomo che è proibito desiderare alla pari della sua casa, del suo campo, del suo schiavo, del suo bue. La donna rimane la proprietà di un uomo, passando, attraverso il matrimonio, dal dominium del padre a quello del marito (Esodo 21,7; Deuteronomio 22,16).
Un ambito di vita, fortemente discriminatorio per la donna, è quello del culto, non solo come luogo, a motivo delle norme di puro-impuro (Levitico 15) che regolamenta la sua presenza e le destina in luoghi separati, ma anche come possibilità di espressione. Ad esempio, non le era permesso prendere la parola nel Tempio e nelle sinagoghe, così come parlare in pubblico.
Tuttavia, in una società strutturata su base patriarcale, un preciso ordinamento giuridico mentre regolamenta la condizione femminile, nello stesso tempo la tutela e ne sottolinea la dignità. Per esempio, lo stesso prezzo della sposa, erroneamente frainteso come compera della moglie, è un indennizzo per la famiglia di origine della donna, che con lo sposalizio della figlia, perde una forza lavoro, in tal modo ne riconosce una precisa identità. E la stessa legge del levirato (Deuteronomio 25,5-10), secondo la quale in caso di morte del marito rimasto senza discendenza prevede per il suo fratello il dovere di sposare la vedova, dimostra l’interesse primario dell’assistenza alle vedove, come mostrano i testi narrativi corrispondenti (Genesi 38,8-26; Rut 1,11-13; 4,5-10). Per le donne povere, restare vedova rappresentava una condizione insostenibile specialmente quando i figli erano piccoli. Non a caso molti testi rivelano come gli orfani e le vedove fossero le categorie poste sotto la protezione del Dio di Israele (Deuteronomio 10,18; 27,19). E sebbene il patrimonio familiare venga trasmesso in eredità in linea maschile (secondo il libro dei Numeri 27,1-11; 36,1-12 le donne ereditano solo nel caso in cui non vi sia alcun figlio), abbiamo notizie di ricche proprietarie terriere, di donne che esercitano il commercio, l’artigianato. Quanto ai racconti della creazione del libro della Genesi (capp. 1-3), essi sono i più gravidi di conseguenze dell’Antico Testamento per le donne. Gn 2-3, in particolare, sono stati letti come concezioni di diversità, di sottomissione della donna all’uomo, della sua creazione secondaria dall’uomo: “Il Signore Dio plasmò con la costola che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo” (vv. 22.). Questi passi vennero spesso interpretati come creazione della donna quale aiuto dell’uomo e perciò a lui sottomessa. In realtà, se si esaminano in modo più preciso, coloro che nella Bibbia sono di “aiuto”, risulta evidente che non è forte chi ha bisogno di aiuto, bensì colui o colei che presta aiuto. Basti pensare che, prima di tutti, è il Signore Dio colui che soccorre e aiuta. E il detto di Genesi 2,23 che definisce la donna, alla pari dell’uomo, “osso delle mie ossa e carne della mia carne”, in realtà riconosce l’adeguatezza della donna e l’uguaglianza fra i due.

La “realtà” femminile secondo una lettura teologico-biblica
C’è in verità un mistero di femminilità che percorre le vicende del popolo della Bibbia, la rivelazione di Dio nella storia degli uomini. È infatti una donna colei che è situata al punto di approdo di una storia che annovera uomini e donne, padri e madri, sorelle e fratelli, tutti coinvolti dal Signore nel suo progetto di vita, nell’unica Alleanza che Dio ha voluto stabilire con l’umanità, quella Antica (Antico Testamento), e quella nuova (Nuovo Testamento).
Maria, la madre di Gesù, è infatti colei che accoglie con il suo “sì” il progetto di Dio, e attraverso di lei si compie il Dio-con noi, promesso dagli antichi Profeti: Gesù, il figlio di Dio, è venuto ad ‘abitare’ tra gli uomini. È attraverso una donna, dunque, che Dio ha rinnovato la sua promessa di fedeltà all’umanità intera, ed è entrato una volta per sempre nella storia degli uomini. E come al Sinai tutto l’antico popolo della Bibbia ha accolto il dono divino della prima Alleanza, con una solenne promessa di obbedienza: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo» (Esodo 19,8; cf. 24,3.7), così nel noto episodio delle nozze, a Cana di Galilea, Maria trasmette il medesimo atteggiamento di fede, e invita a fare quanto Gesù ordinerà, ammonendo: «Quanto egli vi dirà, fatelo» (Gv 2,5).
Dunque, dinanzi al Dio dell’Alleanza, la realtà femminile si illumina e nella Maria “di Gesù”, ogni donna. Maria è l’ultimo anello della lunga catena di generazioni che da Adamo e Abramo conducono a Cristo. L’evangelista Matteo nomina nella genealogia, fra gli antenati che da Abramo approdano a Gesù (Mt 1,1-17), quattro donne:Tamar, Racab, Rut, la moglie di Uria (cioè Betsabea). Il ruolo da esse esercitato, prepara la comparsa di Maria, sposa di Giuseppe e madre di Gesù (Mt 1,16.18-25).
Percorrendo l’antica storia di queste donne, si ha l’impressione che quasi ogni aspetto della figura di Maria “di Gesù” le riassuma in sé. Tutte le dimensioni del femminile della Bibbia, in una Donna: la fede di Miryam, nonostante l’oscurità che avvolge il progetto di vita che riguarda il fratello Mosè; le aspirazioni di Anna, madre di Samuele, la cui sterilità sembra infrangere i suoi progetti di maternità; il dolore struggente della Madre dei sette fratelli Maccabei, di fronte al loro martirio; la saggezza di Giuditta che si traduce in una totale fiducia nell’intervento di Dio nella sua storia e in quella della sua gente. Così, le ‘Madri di Israele’, Sara, Rebecca, Rachele, Lia, ciascuna con la propria sensibilità, ma soprattutto con i meriti che hanno acquisito con la loro vita, rivivono in Maria.
Il suo “eccomi” (Lc 1,38) in risposta al progetto che Dio voleva per lei, il “conservare nel suo cuore” (Lc 2,19) avvenimenti, parole, fatti, ci rivelano una donna che innanzitutto ha saputo amare, capace però di un sentimento non passivo, ma dinaminco e attivo, perché lo ha tradotto nella pratica della vita. Obbedienza, fiducia, speranza, coraggio nell’accoglienza dei progetti di vita, anche se questi richiedono dolore e sofferenza, mettendo a disposizione tutto il proprio essere.
Nell’antico popolo della Bibbia, ci sono poi le Profetesse. Il libro dei Giudici (4,4) indica Debora come giudice e profetessa; dopo la morte di Mosè, il profeta per eccellenza, la successione immediata in questo ministero viene assunta da lei. E una donna, Hulda, è anche l’ultima della lunga serie di profeti e profetesse che annovera nomi importanti come quelli di Samuele, Natan ed Elia. La sezione della Bibbia ebraica riservata alla profezia, è incorniciata al femminile.
Ci sono poi libri di donne quelli che denunciano discriminazioni o che raccontano “contro-storie”, affinché la società ne possa trarre insegnamenti e conclusioni. Sono i libri di Rut, Ester, Giuditta, come pure il Cantico dei Cantici, le storie di Susanna (Dn 13), di Sara, di Debora e Anna nel libro di Tobia. Tutte trasmettono il messaggio divino e tutte compiono la storia.
E poi c’è Gesù, e ci sono le donne che lui ha incontrato, ha guarito, con loro ha dialogato. Gli Evangelisti concordano: Gesù, riguardo alle donne, ha preso una grande libertà rispetto alle norme della società del suo tempo. Non solo, ha valorizzato le cose di tutti i giorni, generalmente lasciate alle donne: «Avevo fame, e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito» (Mt 25,35-36), o ancora «Il Regno di Dio è simile ad una donna che mette un po’ di lievito nella farina…» (Mt 13,33). E non approva che la donna si lasci sommergere dalle cure della casa: «Tu ti affanni [..]» dice a Marta di Betania (Lc 10,41).
Colpisce poi il contrasto tra l’atteggiamento di Gesù che non esita a dialogare con le donne, e quello degli apostoli che, al contrario, non mostrano mai di parlare con loro. Ma nei loro Vangeli presentano, senza forse comprenderne pienamente la profondità, che i dialoghi tra Gesù e le donne hanno un senso. E la prova è che ne parlano. Non solo; di certo gli autori dei Vangeli hanno riconosciuto la loro impossibilità di proclamare la Risurrezione senza la testimonianza di alcune donne, al punto che lo hanno lasciato scritto nei Vangeli. E neppure hanno potuto evitare di riferire che è alle donne, Maria di Magdala, Maria di Giacomo, fedeli fino alla tomba, che è stato concesso di essere loro, le prime testimoni della Resurrezione.
Le donne nella Bibbia, e in primo luogo la Donna Maria “di Gesù”, si sono rivelate essere quella ‘pietra angolare’ che non si vede, ma che mantiene in piedi l’edificio, la storia. Esse, hanno infranto barriere culturali, hanno percorso cammini di condivisione, hanno saputo parlare un linguaggio profetico, che ancora oggi ci parla.
Mariarita Marenco Istallazione multimediale sul tema del lavoro femminile presso il Museo del Mutuo Soccorso di Pinerolo