Nel mese di gennaio si ricordano in diocesi don Bosco (il 31) e il Servo di Dio don Barra (il 28) Le tre testimonianze di don Barra

Nell’estate del 1948 don Barra scrive una relazione per rispondere a chi gli poneva la domanda: «Ma questa casa di Pragelato per cui tutti, chi più chi meno, facciamo, vogliamo fare qualcosa, ha veramente una sua finalità precisa da raggiungere, e la raggiunge questa finalità? Riportiamo di seguito parte di quella relazione che mantiene, a distanza di più sessant’anni, tutta la sua attualità e freschezza.

Fare un bilancio morale non è facile. Non si dispone di dati, né di cifre. Il bene sfugge a ogni catalogazione numerica. Il bene non fa rumore. numerica. Purtroppo avviene anche qui quel che si verifica nella storia: la: storia registra guerre e battaglie e seppellisce sotto una coltre di oblio le dedizioni occulte, i sacrifici eroici. La vera storia è assente, dai nostri libri.
Così vero bilancio morale sfugge alla nostra indagine. Ma l’anima dotata di sensibilità ha delle intuizioni. Bastano certi indizi e si intravede tutto un mondo di fascinosa bellezza spirituale.
Dirci che il bilancio morale della Casa Alpina si può schematizzare bene, riducendolo ad una triplice testimonianza: Testimonianza di simpatia; Testimonianza di presenza; Testimonianza di parola.
a) Testimonianza: di simpatia; Bisogna riconoscere che oggi c’è una grande fascia di incomprensioni, di pregiudizi, di antipatie che avvolge noi cristiani e le cose nostre.
Non ci stimano perché non ci conoscono, perché non ci avvicinano. Il problema più urgente dell’apostolato moderno è questo: creare ponti per valicare il fosso che si è scavato tra noi e i lontani. Sopratutto è radicato il pregiudizio che il cristianesimo sia tristezza, noia, piattezza. Ora è chiaro che la gioventù, colla sua innata e prepotente aspirazione alla gioia, al divertimento, alla spensieratezza, stia molto lontano da un cristianesimo che abbia l’aria di stantìo, di lugubre, di vecchio. Il cristianesimo deve, oggi specialmente, essere presente là dove c’è vita, divertimento, sport. Per tutto santificare quello che può essere santificato. […] A Pragelato questa testimonianza c’è. Chi capita in quella casa, se non altro, ha almeno questa impressione: che quella è la casa dell’allegria, cha là non c’è ombra di musoneria, che il prete è una figura umana che sa comprendere, amare e intenerirsi, cantare e far gazzarra […]. Una accusa fu fatta, alla nostra casa: lì si schiamazza troppo, si canta troppo. Orbene io credo che questa, lungi dall’essere un’accusa è una lode. Guai se non fosse così. «Cantare è proprio di chi ama.» Dimostrare a tutti che il cristianesimo non rinnega nessuno di questi valori, anzi li santifica e si armonizza meravigliosamente con essi, è creare attorno al cristianesimo una meravigliosa corrente di simpatia, è dare una prima testimonianza che per i lontani ha già un autentico valore.
b) Ma la nostra è stata anche una testimonianza di presenza. Mi riferisco alla parabola evangelica del lievito messo a contatto, in presenza della massa… Certe personalità giovanili sono così forti che, messe a contatto colla massa, le danno uno «choch», la scuotono, la costringono a pensare, a dirsi: dove prende costei, dove prende costui la sua bontà, la sua dirittura, il suo disinteresse, la sua generosità? Certe persone valgono più di qualunque apologetica. Orbene quest’opera di presenza a Pragelato c’è veramente stata. La prima. presenza è stata quella del Cappellano che è stato sempre in mezzo ai campeggisti: di giorno e di notte, in montagna, all’albergo, a tavola. Per le ragazze si è avuto cura che le responsabili fossero sempre vicine al loro gruppo. Si è cercato molto di curare una forma particolare di presenza che consiste nel parlare ad elementi già formati, già militanti, per far sentire le loro responsabilità, la loro investitura missionaria a favore dei compagni e delle compagne. […]
c) C’è finalmente una testimonianza di parola. Generare in un’anima la fede, sostenere la speranza, accendere la carità – scopo cui mira la nostra casa – è un’opera che, secondo il piano comune della. Provvidenza, avviene per mezzo della parola. Crescere delle possibilità per far udire una parola buona: ecco il grande compito dell’apostolato moderno.
A Pragelato la possibilità c’era e questa parola i campeggisti l’hanno sentita. Ogni sera il Rosario e la parola del sacerdote. Chi non è stato in quella cappella e non ha vissuto una volta quella funzione alpina non può immaginare che cosa sia. Schiettamente: io non ho mai parlato a uditorio più attento. Ogni turno è terminato con un invito alla Confessione e Comunione: alcuni turni venivano in massa, altri con buona percentuale.
… Chi fa può sbagliare, ma chi non fa sbaglia sempre. Quelli che si dedicano a servire Dio nella persona dei fratelli possono bene aver contratta qualche macchia, anche di fango o di sangue, ma sono molto più apprezzabili di coloro che, lisci e puliti, se ne sono stati a casa seduti a non fare niente.

Sac. Giovanni Barra
Cappellano della Casa Alpina

Gli slogan di Don Bosco

Giovani, santità, educazione, sogni, missione… parole chiave per comprendere la grandezza di don Bosco. L’elenco dei termini potrebbe essere prolungato, basti pensare a don Bosco fondatore di congregazioni, di oratori, di laboratori preprofessionali e scuole, a lui come scrittore, editore e apostolo della stampa, a lui come mediatore fra la Santa sede e il nascente Stato italiano. Insomma chi tentasse di descrivere in poche righe l’operato del prete di Valdocco si troverebbe facilmente a disagio. All’inizio del mese che culmina con la sua festa, ci basta raccoglierne l’eredità più preziosa, eredità quanto mai attuale in questo decennio dedicato all’educazione. Don Bosco come padre e maestro dei giovani. E per dirne qualcosa di più, siamo aiutati da quei suoi motti o “slogan” che riassumono in parole chiave tutta la sua sapienza educativa. “Allegria, studio e pietà”, dove per studio si intende impegno nei propri doveri, e per pietà non far pietà ma vivere in unione con Dio. È questo uno degli slogan più felici con cui don Bosco sintetizzava il programma formativo dei suoi giovani. Il termine allegria compare pure nella formula cara a Domenico Savio “La nostra santità consiste nello stare molto allegri”. In questo caso il sostrato è biblico: “Servite il Signore nella gioia” (Ps 100). La semplicità del contenuto custodisce un alto valore teologico dal momento che la pace nel cuore scaturisce dall’umile disponibilità al Padre; all’opposto il peccato porta con sé tristezza e malinconia. E chi non ricorda i tre pilastri del sistema preventivo: “ragione, religione e amorevolezza”? Tre semplici termini, di significato non così scontato. Religione speriamo di saper cosa sia e possiamo intuire facilmente cosa volesse dire don Bosco, tra il resto promotore instancabile della vita sacramentale e della devozione mariana. Ma per ragione e amorevolezza, c’è bisogno di qualche chiarimento. Ragione significa motivare le scelte dei giovani, dare e spiegare il senso delle regole, fare appello a valori civili e sociali quali l’onestà, la responsabilità, la solidarietà. Amorevolezza non ha nulla a che fare con il sentimentalismo o il permissivismo ma è invece voler bene al ragazzo guadagnandone il cuore, condividerne interessi e progetti mostrando nel quotidiano la profondità e rettitudine del proprio affetto. E se chiedessimo ancora a don Bosco di dirci cosa sogna per i giovani del nostro tempo, risponderebbe probabilmente che li vorrebbe veder crescere come “buoni cristiani e onesti cittadini” per essere un giorno “fortunati abitatori del cielo”…sogni realizzabili, intuizioni di speranza anche per il nuovo decennio.

Don M. F.