Ai tanti appellativi con cui San Giuseppe, custode del Redentore, è venerato dalla tradizione ecclesiale, se ne potrebbe oggi aggiungere un altro, suggerito da tanti attuali (e anche drammatici) “segni dei tempi”: tra tutti gli uomini sposati della storia, San Giuseppe è stato quello più lontano dal maschilismo. Per realizzare il proprio disegno di salvezza, Dio l’ha chiamato a rovesciare nel modo più radicale, totale, assoluto, l’atavico schema culturale del “marito padrone” e del “padre padrone”. Gli ha chiesto di rinunciare liberamente, attraverso un puro atto di fede, ad ogni propria previsione, progetto, legittima aspettativa, di compiere un esodo ben più imprevedibile di quello di Abramo e tutto questo per mettersi a totale disposizione della vocazione di Maria, la sua sposa. Della vocazione di Maria, assolutamente eccezionale ed unica, Giuseppe si è messo a servizio per una vita intera, con modalità psicologiche, spirituali, comportamentali altrettanto eccezionali ed uniche, ma che portano con sé, nello stesso tempo, un messaggio di valore universale.

Gesù ha voluto crescere in una famiglia dove il “capo famiglia” era una “autorità”, esercitava l’ “autorità” nel senso etimologico del termine, cioè come capacità di “far crescere”, di mettere a disposizione le proprie energie, i propri talenti, il proprio intuito perché gli altri possano nel miglior modo possibile fiorire in tutte le loro qualità, e donarle per il bene comune secondo l’amorevole progetto di Dio. Accanto al Bambino e a sua Madre sempre Vergine, al Redentore dell’uomo e all’Immacolata, san Giuseppe non si è sentito schiacciato, frustrato, umiliato. Ha vissuto senza arroganze e senza complessi, umile e vero nella sua umanità di uomo qualsiasi, di uomo giusto; e nelle semplici circostanze di una vita quotidiana in cui si nascondeva il Mistero inaccessibile, Giuseppe ha realizzato ed espresso pienamente la sua dignità umana maschile.

Sviluppando le intuizioni dell’Antico Testamento sull’alleanza sponsale fra Dio e il suo popolo, San Paolo ci parla del matrimonio come segno dell’alleanza tra Cristo e la Chiesa, e questo annuncio contiene una totale messa in discussione della mentalità di dominio maschilista: perché Gesù (colui che nella sua libera, divina sovranità comprende e promuove la dignità della donna in modo del tutto inatteso rispetto agli schemi storico-sociologici della sua cultura) è colui che serve, che dà la sua vita per la Chiesa, che dà la sua vita per ogni anima umana. E così, secondo l’annuncio di novità e di vita buona del Vangelo, l’uomo sposato realizza se stesso impegnando la propria vita per il bene della sua sposa: «Chi ama la propria moglie ama se stesso» (Efesini 5,28). Questo “potenziale antimaschilista” del matrimonio cristiano è un seme che deve ancora giungere al suo pieno sviluppo (lo stesso San Paolo dimostra di essere ancora condizionato dal proprio contesto culturale). E per questo pieno sviluppo il nostro tempo in particolare diventa più che mai “tempo favorevole”, proprio per l’intrecciarsi di vari fattori: la storia più che secolare del movimento per la liberazione della donna (con le sue ricchezze e le sue contraddizioni); le varie forme di discriminazione e schiavitù vecchie e nuove patite dalle donne in ogni parte del mondo; una crisi di identità  maschile, a livello psicologico e culturale, che si traduce in nuove ondate di violenza antifemminile; una società globalizzata e pluralista caratterizzata dalla proposta (a livello filosofico, ideologico, politico) di discordanti modelli antropologici sull’identità del matrimonio e della famiglia.

 

san giuseppe

Soltanto se liberato da ogni incrostazione culturale maschilista, l’annuncio del progetto di Dio sul matrimonio tra un uomo e una donna, fedele, indissolubile e aperto alla vita, del matrimonio con le sue caratteristiche strutturali e imprescindibili, potrà essere ancora proposto a tutti come nuova, bella e buona notizia, nel rispetto delle complessità e sofferenze dei cammini personali.

E uno dei mezzi per rendere credibile questa proposta, sta in una nuova educazione maschile all’affettività, capace di sviluppare nei ragazzi, come parte integrante di una forte identità maschile rinnovata, atteggiamenti che non erano ritenuti tradizionalmente “maschili”: come la capacità di ammirare sinceramente le doti intellettuali della propria moglie; di gioire nel profondo per i suoi successi professionali (anche quando sono superiori ai propri); di fare anche dei sacrifici concreti, a livello di gestione del tempo, di fatiche nella conduzione della casa… perché la moglie possa esprimere tutte le sue qualità in pienezza; di ritenere la vita, la salute, la sicurezza della moglie più importante delle proprie aspettative e dei propri desideri.

E  nello stesso tempo, per vivere una serena armonia tra dimensione familiare e vita pubblica ,le donne stesse dovranno liberarsi sempre più da inconsci tratti residuali di  paradossale “maschilismo femminile”: per cui  pensavano di «non aver fatto, in fondo, un buon matrimonio» se superavano culturalmente o economicamente il marito, o accusavano di presunzione la nuora se superava culturalmente o professionalmente il figlio.

 

In questa prospettiva, proprio l’oblatività assoluta di San Giuseppe, che anticipa (ad un livello di radicalità unica) la novità cristiana del “matrimonio non maschilista” creando l’ambiente in cui Gesù ha sviluppato la propria umanità ed è cresciuto in età, sapienza e grazia, costituisce una luce, un faro capace di illuminare la strada lungo la quale si deve camminare per rispondere alla vocazione della creazione: «E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò».

 

 

Anna Maria Golfieri