Benedetto XVI all’ultima udienza in piazza San Pietro, mercoledì 27 febbraio 2013

La sua elezione a pontefice era stata accolta da molti con freddezza. Un papa teologo. E tedesco per di più. Invece il suo magistero robusto, la sua cordialità riservata, il suo stile paterno improntato a schiettezza e “normalità” hanno sciolto, quasi fin da subito, ogni riserva per lasciare spazio a stima e affetto.

Poi, all’improvviso, l’annuncio che ha scosso la chiesa e il mondo. Quella parole pronunciate in latino, quasi sottovoce, hanno dato il via ad un lungo addio che si conclude oggi. Un lungo addio che ha offerto a tanti fedeli la possibilità di dirgli grazie, e a lui – Benedetto XVI – di spiegare le ragioni di una scelta storica.

E ieri, alla numerosissima folla accorsa da ogni parte del mondo per partecipare all’ultima udienza, ha raccontato il suo cammino di uomo e di papa: «quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino ho avuto la ferma certezza che mi ha sempre accompagnato: questa certezza della vita della Chiesa dalla Parola di Dio. In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? È un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai, anche con tutte le mie debolezze. E otto anni dopo posso dire che il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza».

Un papa che parla con il cuore in mano. Un uomo che ha trovato il coraggio di tornare ad essere un “povero cristiano”.

 

P.R.