Il Codice del 1983 al can. 332 § 2 ha ribadito una norma già esistente fin da Bonifacio VIII e ha precisato che, per la sua validità, la rinuncia debba essere fatta liberamente e manifestata nel modo debito, ma lasciando ovviamente al Romano Pontefice di stabilire le modalità in cui annunciare la sua rinuncia. Proprio alla luce del dettato codiciale, Benedetto XVI ha espresso chiaramente nel suo annuncio che rinunciava al ministero di Vescovo di Roma in piena libertà, precisando di essere consapevole della gravità della sua decisione, così da fugare ogni dubbio sulla sua consapevolezza, e quindi sulla capacità di porre un atto così importante. Anche l’indicazione di aver maturato la scelta nella riflessione in coscienza davanti a Dio vuole evitare che l’atto di rinuncia possa essere nullo per uno dei motivi elencati al can. 188. Infine, Benedetto XVI ha ovviato anche al dubbio sull’inizio della sede vacante: con la scelta di indicare il giorno e l’ora ha posto in essere un momento puntuale del tutto simile a quello della dichiarazione di morte, così che possano essere compiuti tutti gli atti previsti dalla norma canonica, perché da quel momento Benedetto XVI non avrà più alcuna potestà sulla Chiesa cattolica, né potrà mai pretendere di averla restituita salvo che venga rieletto e accetti la nuova elezione. In modo giuridicamente efficace, Benedetto XVI ha scelto modalità, forma e contenuto della sua rinuncia, facendo sì che fossero rispettati tutti gli elementi necessari per la sua validità, ma anche indicando che lo stesso ministero petrino resta un servizio nella Chiesa, e come tale va esercitato.
Non meno importante sarà ciò che stiamo per vivere, in quanto fino al 28 febbraio Benedetto XVI sarà ancora pienamente il Papa, pur avendo già annunciato la rinuncia al suo ufficio e, nello stesso tempo, potrà curare una preparazione previa all’inizio del Conclave che non è paragonabile a quanto accade con una lunga malattia o una morte improvvisa. In quale modo Benedetto XVI vivrà questi giorni, eserciterà ancora il suo ministero di confermare i fratelli nella fede prima di ritirarsi in una vita di preghiera, e con i suoi più stretti collaboratori gestirà l’avvicinarsi di quell’ora, saranno aspetti importanti e da seguire con attenzione, perché lasceranno indubbiamente un’indicazione per il futuro, ma potranno essere usati per segnare e appesantire ulteriormente l’eredità di chi verrà scelto al suo posto a condurre la barca di Pietro.

don Alessandro Giraudo
(docente di Diritto Canonico alla Facoltà Teologica di Torino)