AGD, 12 maggio 2014

Le attuali tensioni in Ucraina, con i timori connessi per la possibile interruzione delle forniture di gas, hanno nuovamente portato all’attenzione dell’opinione pubblica la questione energetica. Anche la Chiesa ha qualcosa da dire sull’argomento, soprattutto per il fatto che non si tratta di questioni meramente tecniche ma che riguardano i concetti di persona, diritti umani e sviluppo. Ne abbiamo parlato con il vescovo salesiano Mario Toso, segretario del pontificio consiglio della giustizia e della pace, in occasione della recente pubblicazione di un testo curato dal dicastero, “Energia, Giustizia e Pace” (Libreria Editrice Vaticana, pp 149, euro 14).

 

Nel libro si afferma che il discorso sulle fonti energetiche non è moralmente neutro; eppure sembrerebbe un tema squisitamente tecnico. Ci può spiegare?

La produzione, la distribuzione, l’accesso e il consumo dell’energia, a livello sia individuale sia collettivo, sono dipendenti e condizionati dal modello di sviluppo. E nello sviluppo è sempre implicata la persona umana. Al discorso sulle fonti energetiche si collegano varie riflessioni sulle crescenti iniquità economiche, sull’esclusione di certe popolazioni da adeguate possibilità di sviluppo, sull’uso irresponsabile che viene fatto altrove dell’energia. E questi fattori possono, anzi devono essere letti anche in chiave etica, morale. Non dimentichiamo poi che, come c’insegna la fisica con il principio di entropia, ogni trasformazione dell’energia implica una perdita: bisogna dunque interrogarsi sul senso e sui fini dell’agire. E questo è precisamente un discorso etico e non semplicemente tecnico.

Il volume parla di energia come bene comune. Questo significa che essa debba sempre essere gestita da enti pubblici o addirittura che vada distribuita gratuitamente?

No, non necessariamente pubblico equivale a statale o a gestione governativa, di qualunque livello di governo parliamo (centrale o locale). L’importante è che tutti gli attori coinvolti nei processi che riguardano l’energia abbiano come orizzonte il bene comune, che non è né la semplice somma dei beni individuali né il bene della massa in cui il singolo svanisce, ma l’insieme delle condizioni che permettono lo sviluppo e il perfezionamento dell’individuo nel contesto sociale. Accanto, anzi, complementare al bene comune, dev’essere poi presente l’orizzonte del principio della destinazione universale dei beni: Dio ha donato la terra a tutto il genere umano e tutti devono poter usufruire dei suoi doni, contribuendo ciascuno con le proprie possibilità al benessere generale, compreso quello delle future generazioni.

Perché il controllo dell’energia è una sfida per la pace?

Questo è un punto centrale della riflessione del nostro Dicastero. Attualmente la maggior parte della popolazione mondiale consuma un’infima parte dell’energia globale. Peraltro, l’energia è un requisito per la realizzazione di molteplici diritti e, come dicevamo prima, va ritenuta un bene comune. Pertanto, l’accesso insufficiente all’energia è da considerarsi un’ingiustizia, un freno allo sviluppo, alla possibilità di vivere dignitosamente e – in determinati contesti nei quali le risorse possono scarseggiare o nei quali i mezzi di comunicazione proiettano l’immagine di “come si vive bene, nell’abbondanza, altrove” – ciò può diventare fonte di risentimenti e di tensione e, talvolta, sfociare in dinamiche conflittuali. Nasce talvolta così un circolo vizioso: la corsa alle risorse genera conflitti e questi, a loro volta, dilapidano o rendono inutilizzabili le risorse naturali.

La Chiesa come vede la delicata questione dell’uso dell’energia nucleare a scopi pacifici?

È una domanda ricorrente. Molti la fanno, sperando di ottenere un “sì” o un “no” chiaro e tondo da alti prelati della Chiesa o da entità dalla Santa Sede, incluso il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Innanzitutto ricordo che la Chiesa non ha necessariamente un proprio parere su questioni tecniche: non è detto, difatti, che la Chiesa abbia le competenze o la legittimità per esprimersi con autorevolezza su qualsiasi argomento, specialmente su un argomento eminentemente tecnico in frequente evoluzione (evoluzione dovuta, per esempio, alle tensioni geopolitiche o ai progressi della scienza). Ciò premesso, ricordo che la Santa Sede è membro fondatore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA o IAEA, è l’organo ufficiale dell’ONU in materia di energia nucleare, creato nel 1957, ndr) a dimostrazione che la Santa Sede segue con interesse e da tempo la questione dell’energia nucleare. Il libro, che dedica poco più di due pagine all’energia nucleare, esorta ad approcciarsene senza pregiudizi o schemi ideologici. Posto che devono progredire il disarmo nucleare e il completo dirottamento del materiale e del finanziamento nucleare dagli scopi militari alle attività pacifiche, la questione del cosiddetto nucleare civile o pacifico rimane aperta, tenendo sempre come punto di riferimento nelle discussioni la persona umana e il suo sviluppo integrale. Occorre poi distinguere bene tra energia nucleare e tecnologia nucleare. Per quanto concerne quest’ultima, sono da ricordare le benefiche applicazioni in ambito medico, agricolo (nella lotta contro le malattie e le infestazioni, nel miglioramento della fertilità del suolo) e in quello ambientale (lotta contro l’erosione del suolo e il degrado del terreno, nello studio delle risorse idriche, ecc.). Per quanto concerne la produzione nucleare di energia elettrica è fondamentale riflettere con particolare prudenza e discernimento.

Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace parla di un nuovo paradigma nel modo di produrre, consumare e distribuire energia. In estrema sintesi in che cosa consiste?

Il discorso nel libro è molto articolato. In estrema sintesi, però, possiamo dire che per risolvere la questione energetica occorrono nuove forme di cooperazione internazionale, un più vivo senso di responsabilità, un’idea di sviluppo che non s’identifichi col mero accumulo e consumo di ricchezza, un modello, insomma, che renda operativi i principi ordinatori della società secondo la Dottrina sociale della Chiesa (centralità della persona, bene comune, solidarietà e sussidiarietà). In ultima analisi, prendere in considerazione l’energia significa guardare all’uomo, al suo percepirsi nella storia e alle possibilità di dispiegare le sue potenzialità. Dunque, ogni domanda sull’energia è una domanda su chi è l’uomo e su chi vuole davvero essere. Non basta un cambiamento di normativa anti-inquinamento o di fonte di energia: serve, in definitiva, la conversione dei cuori.

Fabrizio Casazza

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