25 agosto 2015

I titoli ad effetto tirano. Questo è certo. Ma i titoli ad effetto non escludono la possibilità di informare correttamente. Perchè quando il titolone va a scapito della verità si fa cattivo giornalismo. Anche se poi l’articolo in qualche modo mette le cose a posto.

Nel caso specifico il titolo de “La Stampa” I valdesi al Papa: “Non possiamo perdonare non rende onore alla realtà dei fatti.

Per tanti motivi.

In primo luogo perché estrapola dalla lettera aperta inviata ieri al Papa dai membri del Sinodo valdese e metodista un “però” che non si riferisce all’attuale chiesa valdese ma a quanti hanno patito persecuzioni e violenze nei secoli passati.

«Questa nuova situazione – si legge nella lettera aperta approvata a Torre Pellice – non ci autorizza però a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al posto loro».

E il Papa non ha certamente preteso questo atto “sostitutivo”.

Piuttosto è la chiesa cattolica di oggi, nella persona del vescovo di Roma, che tende una mano alla chiesa valdese riconoscendo errori che non intende più ripetere. Questo è stato compreso e la lettera aperta lo ribadisce con chiarezza, affermando che l’attuale comunità Valdese accoglie le parole del Papa «come ripudio non solo dalle tante iniquità compiute ma anche del modo di vivere la dottrina che le ha ispirate. Nella Sua richiesta di perdono cogliamo inoltre la chiara volontà di iniziare con la nostra Chiesa una storia nuova, diversa da quella che sta alle nostre spalle in vista di quella “diversità riconciliata” che ci consenta una testimonianza comune al nostro comune Signore Gesù Cristo. Le nostre Chiese sono disposte a cominciare a scrivere insieme questa storia, nuova anche per noi».

Non perdonare, del resto, contraddirebbe platealmente un precetto evangelico condiviso da tutta la cristianità. Valdesi compresi.

Si è anche parlato di freddezza da parte di alcuni esponenti della comunità valdese nei confronti del Papa. Eppure, solo domenica scorsa, il moderatore Eugenio Bernardini sul suo profilo twitter, commentando il telegramma e il dono del volume fotografico della visita al tempio con dedica, ha scritto: «Grazie di cuore a @ per il “cordiale e fraterno saluto, quale segno della sua spirituale vicinanza” al e metodista». Non sembra poi così freddo.

C’è un’ultima argomentazione non scritta che, tuttavia, non può essere dimenticata.

«Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!». Quando lo scorso 22 giugno il Papa pronunciò queste parole – chi c’era ne è testimone e chi scrive c’era! – nel tempio valdese di Torino scoppiò un interminabile applauso interrotto solo dal richiamo a lasciar proseguire il discorso del pontefice. Non si trattò di un applauso formale. Lì si respirava altro. Un clima di comunione vera. E quell’applauso – non programmato, non scritto, non votato da nessuno ma sgorgato dai cuori del popolo di Dio – ha siglato un gesto di riconciliazione autentico e sentito.

Quell’applauso, anche se non ha cancellato le cicatrici del passato – e sarebbe ingiusto sottoporle ad un’ipocrita operazione di lifting storico – certamente ha risanato un ferita rimasta aperta per troppo tempo.

 

 

P.R.

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