22 settembre 2014

Un fraterno ringraziamento al “Vescovo di Roma” per la “confermata fiducia” e l’accoglimento della “recognitio” da parte della Santa Sede sulla nuova modalità di elezione del presidente dei Vescovi italiani: due dati salienti con i quali il cardinale Angelo Bagnasco ha aperto a Roma, nel pomeriggio di lunedì 22 settembre, presso la sede della Cei, i lavori del Consiglio episcopale permanente, presentando ai confratelli vescovi la “prolusione”. Due notizie: la prima che lo stesso cardinale guiderà i Vescovi italiani fino alla naturale scadenza del proprio mandato nel marzo 2017, e la seconda che allora verrà attuata per la prima volta la norma (art. 26) che prevede, “in considerazione dei particolari vincoli dell’Episcopato d’Italia con il Papa, Vescovo di Roma”, che lo stesso presidente della Cei venga scelto dal Papa, “su proposta dell’Assemblea Generale che elegge, a maggioranza assoluta, una terna di Vescovi diocesani”, al cui interno il Papa compirà la propria scelta. Sciolta l’attesa di questo passaggio, in un certo senso “storico” per la Cei che ha visto riconfermare il particolare legame di fiducia con il Papa, dalle parole del cardinale Bagnasco si è potuto cogliere l’insieme delle urgenze e preoccupazioni che stanno a cuore all’episcopato italiano.

Abbia fine lo scempio di cristiani e altre minoranze. Sullo sfondo di cupe notizie di persecuzioni in tante parti del mondo, particolarmente nel Medio Oriente, e di fronte alle evidenze di una crisi economica e finanziaria che non accenna a ridursi, il cardinale ha voluto anzitutto rendere omaggio ai tanti “martiri” cristiani contemporanei: “Dal feroce e continuo spargimento di sangue di tanti cristiani, si resta inorriditi e increduli poiché, – ha detto – fino a ieri, nella coscienza collettiva si pensava al martirio come ad una drammatica pagina di epoche lontane. Così non è! L’intolleranza religiosa, che violenta il diritto di professare la propria fede, è una vergogna terribilmente attuale”. L’appello rivolto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite chiede che “lo scempio abbia fine e i cristiani, come le altre minoranze religiose, possano tornare nelle loro case liberi e in pace”. Ma proprio mentre il cardinale diceva queste parole, rimbalzavano sui media e in rete le cupe minacce dell’Isis di portare la morte tra le fila dei cristiani in ogni parte del mondo, fino a Roma!

Come non pensare a un genocidio? Il cardinale ha parlato di “intolleranza religiosa” come di una “vergogna terribilmente attuale” e della “ferocia esibita” da parte del fanatismo religioso. “L’uomo che uccide è un uomo morto – ha affermato – morto nell’anima, nell’intelligenza, nella dignità”. E ha aggiunto che tutto ciò avviene mentre da noi, nei Paesi occidentali “l’unico ideale sembra essere il profitto e il potere. La parola d’ordine, invisibilmente concertata, sembra essere ‘omologare’, rendere tutto – persone, cose, religioni, civiltà, valori – appiattito, uniforme, svuotato”. Per questo – ha aggiunto riferendosi a quanti si arruolano anche partendo dai Paesi europei – “le varie figure di ribelli, mercenari, terroristi, qua e là si mescolano e si confondono in plotoni di morte, pilotati da entità-ombra, ciecamente obbedienti ad un’unica parola d’ordine: seminare strage e distruzione, terrore e orrore. In non poche aree è esplicito anche l’inaccettabile progetto di cancellare la presenza cristiana. Come non pensare alla volontà di un genocidio?”.

Non “ridurre il Sinodo” ai divorziati risposati. Tutto ciò avviene mentre sembra che in occidente si punti a “svuotare la coscienza”, sradicando i valori umani e cristiani più profondi che lo hanno costruito. Così il cardinale ha definito questo svuotamento “un crimine incalcolabile contro l’umanità” perché la priva di quei valori di fondo che costruiscono la società, sostengono la famiglia, danno linfa alle nuove generazioni. Sulla famiglia ha ricordato l’imminente Sinodo straordinario in Vaticano e la posta in gioco: dall’educazione all’amore al sacramento del matrimonio, dall’unione della coppia alla cura dell’ “amore ferito”. Ha ammonito sul non ridurre il Sinodo alla sola “prassi sacramentale dei divorziati risposati”, ribadendo che la famiglia è “dono di Dio e patrimonio dell’umanità”. Del resto l’attacco alla stessa avviene anche con la proposta di riconoscimento di “forme somiglianti” che contribuirebbero a “rendere fragile e franosa la società intera”.

Agire contro la “depressione spirituale” dilagante. Nei passaggi conclusivi della prolusione, il card. Bagnasco ha parlato della crisi economica e del fatto che “la gente è stremata e non può attendere oltre”. Il suo è stato un appello al mondo politico, all’economia, agli imprenditori perché facciano il possibile per fermare la deriva attuale: “serpeggia una depressione spirituale che non solo fa soffrire chi ha perso il lavoro o i giovani che non l’hanno ancora trovato, ma che debilita le forze interiori e oscura il futuro”. “Fisco predatorio”, “burocrazia asfissiante”, “paura diffusa di fare passi sbagliati” sono gli ingredienti che bloccano la ripresa e forza i giovani ad emigrare. L’unico antidoto – secondo il presidente dei Vescovi – risiede ancora nel “popolo”, nella “gente semplice che resiste nella sua dignità quotidiana” e che ama “la propria terra”, la cultura, la propria religione. In conclusione ha auspicato il coraggio di “andare contro corrente” rispetto al “pensiero unico”, mostrando “coerenza di vita” e la testimonianza dei valori umani e cristiani più profondi. Una spinta per costruire, o – nel nostro caso, dentro la crisi – ri-costruire lo sviluppo umano.

Luigi Crimella – AGENSIR

CEI 2014