27 giugno 2016

“Abbiamo scritto una pagina di storia, un capitolo nuovo nella storia contemporanea della nostra Chiesa”. Con queste parole il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I ha chiuso i lavori del “Santo e Grande Concilio della Chiesa ortodossa”. Cinque giorni (da lunedì 20 a sabato 25 giugno) di lavoro intenso in cui i circa 290 delegati di 10 Chiese ortodosse hanno ampiamente discusso ed emendato i 6 documenti all’ordine del giorno ed hanno pubblicato una Enciclica e un Messaggio “al popolo ortodosso e a tutte le persone di buona volontà”.

Non tutto è stato semplice, data anche la complessità delle tematiche affrontate e ha pesato l’assenza delle Chiese di Russia, Bulgaria, Georgia ed Antiochia che all’ultimo momento hanno deciso di non partecipare. Ma – ha subito aggiunto Bartolomeo – “tornando a casa, possiamo dire di aver dato prova ancora una volta della nostra unità in Cristo”.
“Siamo Chiesa una e indivisibile”, “abbiamo sperimentato la gioia della unità nella nostra diversità”.

I lavori si sono ovviamente svolti a porte chiuse. Ogni pomeriggio alle 15.30 i portavoce dei diversi patriarcati e Chiese relazionavano i giornalisti sullo stato delle discussioni. Sei i documenti su sui hanno lavorato i padri conciliari: la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, la diaspora ortodossa, l’autonomia delle Chiese e il modo di proclamarla, l’aggiornamento delle norme sul digiuno, i rapporti con le altre Chiese cristiane, gli impedimenti per la celebrazione del matrimoni. Fino all’ultimo si è lavorato intensamente per introdurre emendamenti e limature ai testi.

Ma più delle deliberazioni finali, il Concilio si è rilevato essenziale come “occasione di incontro”.
Il Patriarca Bartolomeo – è stato detto ai giornalisti – ha fatto di tutto perché questo confronto accadesse ed ha voluto che tutti i presenti potessero esprimere la propria opinione.
Erano 1.200 anni che le diverse Chiese ortodosse non si riunivano in Concilio e il clima è stato fin dai primi giorni improntato sull’ “ascolto reciproco”, la “cooperazione”, “l’amore fraterno”.

Concilio ortodosso

A seguire a latere i lavori del Concilio erano stati invitati una quindicina di osservatori delle Chiese cristiane: rappresentanti della Comunione anglicana, della Federazione luterana mondiale, ma anche di organismi ecumenici come la Conferenza delle Chiese europee e il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente. Per la Santa Sede erano presenti a Creta il presidente e il segretario generale del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, il cardinale Koch e mons. Farrell. Hanno potuto partecipare solo alle due sessioni inaugurale e conclusiva del Concilio e il Patriarca alla fine li ha ringraziati per la “pazienza”, per la loro presenza e per “l’interesse sincero” con cui hanno seguito tutto l’iter dell’Assemblea.

Alla fine il Concilio è riuscito a pubblicare un Messaggio finale e una Enciclica. Sono il frutto dello sforzo creativo e costruttivo con cui in questi giorni i leader delle Chiese ortodosse hanno cercato di leggere tra le pagine sempre più complesse della storia. Entrambi i testi sono molto belli, assolutamente leggibili, ricchi di riferimenti ai problemi più urgenti dell’umanità: il fondamentalismo, la persecuzione dei cristiani e delle minoranze religiose, l’accoglienza dei rifugiati.

Molto forte è l’appello alla comunità internazionale perché compia ogni sforzo possibile per “una risoluzione dei conflitti armati” in Medio Oriente e in attesa che in quelle regioni ritorni la pace, le Chiese chiedono alle autorità civili, ai cittadini e ai cristiani ortodossi nei paesi verso i quali i rifugiati perseguitati cercano rifugio, a continuare ad offrire il loro aiuto nei limiti e al di là delle loro capacità”. Ma si parla anche dello sviluppo della scienza, della crisi ecologica, della famiglia, di politica.

“Il Santo e Grande Concilio ha aperto il nostro orizzonte sul mondo contemporaneo diversificato e multiforme”, si legge nel Messaggio e “la Chiesa ortodossa è sensibile al dolore, alle angosce e al grido di giustizia e di pace dei popoli”.

Creta segna dunque un nuovo inizio: le Chiese ortodosse hanno un patrimonio che da sempre attende di essere donato al mondo. In questi giorni hanno dimostrato che possono farlo solo se unite e concordi. Se invece rimangono ancorate ad un passato di divisioni e difesa delle territorialità, il loro messaggio non solo si annacqua ma sa di vecchio e non è credibile. A Creta è stato deciso di ripetere il Concilio ogni 7, 10 anni. Speriamo che in questo lasso di tempo, le Chiese di Russia, Antiochia, Georgia e Bulgaria si lascino conquistare da questo spirito di comunione e decidano di entrare anche loro nella storia.

M. Chiara Biagioni – Agensir