9 febbraio 2016

 

Emergenza immigrati. È attorno a questo tema – che più che un’emergenza ha assunto le dimensioni di un vero e proprio fenomeno sociale – che si infiammano gli animi divisi tra paura, polemica e voglia di dare una mano. E nonostante si moltiplichino i centri d’accoglienza e simili – che pur fornendo un primo aiuto, assumono più le dimensioni di grandi scatole atte a contenere, più che ad integrare – l’ostacolo più grande è creare ponti oltre i muri sociali, trasformando quelli che oggi chiamiamo “ospiti”, in cittadini del mondo.

Proprio con questo intento è stato lanciato dalla Caritas italiana il progetto “ProTetto, Rifugiato a casa mia” che vede nella famiglia, in quanto nucleo centrale della società, il luogo migliore per porre il seme dell’accoglienza. Non si tratta, infatti, semplicemente di ospitare, si tratta di seguire e accompagnare il rifugiato in un percorso che ne favorisca l’inclusione in società.

La famiglia “tutor” verrebbe così a “lavorare” su due fronti: da una parte integrare il rifugiato nella comunità; dall’altra, consentire un avvicinamento da parte della comunità al rifugiato, in favore di una cultura di apertura e solidarietà. Un vero e proprio “circolo virtuoso”. Se il punto di partenza è, dunque, la famiglia, il secondo soggetto perché questo percorso si realizzi è la persona accolta. Quest’ultima già prima di entrare in casa sarà in possesso di un permesso di soggiorno definitivo con lo status di “rifugiato”, avendo legittimato, pertanto, il suo trovarsi in Italia.

L’accoglienza prevede un tempo complessivo di 6 mesi finiti i quali dovranno essere stati raggiunti alcuni obiettivi fondamentali per consentire a colui/colei che è stato accolto, una volta terminata la convivenza, di proseguire autonomamente il proprio percorso; dunque un lavoro, un alloggio e l’inclusione in società: una vita dignitosa.

Per facilitare la buona riuscita del progetto sarà messo a disposizione delle persone coinvolte, grazie anche al contributo offerto dal patronato ACLI (Associazioni cristiane lavoratori italiani) uno strumento di aiuto concreto: il “kit d’integrazione”. Il suo scopo è quello di fornire alle famiglie e ai beneficiari suggerimenti sulle attività ludico-ricreative, culturali e sociali da poter svolgere insieme. Il kit prevede anche un contributo economico pari a 100 € mensili destinati al beneficiario per il tempo di durata del progetto (6 mesi equivalgono quindi a 600€) e il cui utilizzo viene discusso e deciso secondo un piano preciso.

In tutto questo grande disegno rientra, inoltre, una terza figura, una sorta di coordinatore dei lavori: l’operatore diocesano. Sarà sua cura monitorare l’andamento della permanenza, confrontarsi con le famiglie tutor e verificare i passi avanti compiuti dai beneficiari.

Anche la Caritas di Pinerolo ha aderito a questo progetto e ha individuato un’ “operatrice diocesana” che farà da referente. Per presentare le candidature c’è tempo fino al 30 aprile. Per info: 338.17.79.374; mariama.meroni@consorziocoesa.it; oppure presso la Caritas diocesana il martedì mattina dalla 9.30 alle 11:30.

Cinzia Pastore

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