Lunedì 23 maggio il card. Bagnasco ha aperto i lavori dell’Assemblea CEI “Sull’integrità dei nostri sacerdoti non possiamo transigere, costi quel che costi. Anche un solo caso, in tale ambito, sarebbe troppo. Quando poi i casi si ripetono, lo strazio è indicibile e l’umiliazione totale”. A ripetere il “grido amaro” risuonato nella stessa aula lo scorso anno, è stato il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella prolusione che ha aperto il 23 maggio in Vaticano la 63ma Assemblea generale dei vescovi italiani (testo integrale, clicca qui). “Ma le ombre, anche le più gravi e dolorose, non possono oscurare il bene che c’è”, ha proseguito il cardinale confermando “stima e gratitudine al nostro clero”. Citando la lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede per le “linee guida” riguardo ai casi di abusi sessuali da parte del clero, il card. Bagnasco ha parlato di “un’infame emergenza non ancora superata, la quale causa danni incalcolabili a giovani vite e alle loro famiglie, cui non cessiamo di presentare il nostro dolore e la nostra solidarietà”, e ha reso noto che “da oltre un anno, su mandato della Presidenza Cei, è al lavoro un gruppo interdisciplinare di esperti proprio con l’obiettivo di ‘tradurre’ per il nostro Paese le indicazioni provenienti dalla Congregazione”, e il cui esito “sarà presto portato all’esame dei nostri organismi statutari”.

La lezione di Giovanni Paolo II. “In un tempo facilmente catturabile dall’apparenza e dall’effimero, si è assistito all’esaltazione di un autentico uomo di Dio, la cui santità è stata riconosciuta col dovuto rigore dall’autorità della Chiesa, la quale ha così intercettato un consenso sorprendente, più ampio dei confini cattolici”. Così il card. Bagnasco ha commentato l’evento della beatificazione di Giovanni Paolo II. Che cosa resta della “larghissima partecipazione” che si è registrata il 1° maggio scorso? Nei “gesti compiuti dai tantissimi” pellegrini che hanno “sentito il bisogno” di esserci a Roma, secondo il card. Bagnasco c’è proprio la lezione di Giovanni Paolo II, e cioè che “la trasmissione della fede passa per l’ancoraggio a ciò che vi è di profondo e soggettivo. L’adesione alla dottrina oggi segue l’incontro”. Di qui la necessità di “interpretare un cattolicesimo di conversione”, ossia di “rigenerare continuamente il cattolicesimo popolare oggi sotto sfida da parte di un secolarismo anch’esso attraversato da contraddizioni”.

Dimensione della concretezza. “L’Italia non è solo certa vita pubblica” e “non ci sono scusanti” per una “rappresentazione della vita politica svincolata dalle aspirazioni generali”, perché “la gente è stanca di vivere nella rissa e si sta disamorando sempre di più”. Sono i punti salienti della parte della prolusione dedicata all’analisi dello scenario politico. Lo spunto è l’ appuntamento di giovedì prossimo, 26 maggio, quando i vescovi si recheranno nella Basilica di S. Maria Maggiore e, alla presenza del Papa, pregheranno per l’Italia nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia. “La politica che ha oggi visibilità – ha ammonito il presidente della Cei – è, non raramente, inguardabile, ridotta a litigio perenne, come una recita scontata e noiosa”. È il “dramma del vaniloquio”, dentro “alla spirale dell’invettiva che non prevede assunzioni di responsabilità”. In questo scenario, “gli appelli a concentrarsi sulla dimensione della concretezza, del fare quotidiano, della progettualità, sembrano cadere nel vuoto”. A rappresentare la situazione, “c’è una stampa che appare da una parte troppo fusa con la politica, tesa per lo più ad eccitare le rispettive tifoserie, e dall’altra troppo antagonista, eccitante al disfattismo, mentre dovrebbe essere fondamentalmente altro: cioè informazione non scevra da cultura, resoconto scrupoloso, vigilanza critica, non estranea ad acribia ed equilibrio”. “Dalla crisi in cui si trova”, l’analisi della Cei, “il Paese non si salva con le esibizioni di corto respiro, né con le slabbrature dei ruoli o delle funzioni, né col paternalismo, ma solo con un soprassalto diffuso di responsabilità”. L’”opzione di fondo” della Chiesa italiana resta quella di preparare “una nuova generazione di politici cattolici”; la Chiesa, da parte sua, “si sta impegnando a formare aree giovanili non estranee alla dimensione ideale ed etica, per essere presenza morale non condizionabile”.

Fine vita, famiglia e lavoro tra le “priorità”. Nella prolusione, il card. Bagnasco ha espresso l’auspicio che il ddl sul fine vita ottenga “il consenso più largo da parte del Parlamento” e ha ricordato il “trentennale impegno del Movimento per la Vita”, che ha avuto “una fondamentale funzione nel tenere sveglia la coscienza degli italiani”. “Sull’analisi delle carenze e delle debolezze che riguardano l’assetto dell’istituto familiare”, secondo la Cei c’è “ormai nel Paese una larga convergenza”: è “urgente”, invece, passare “agli interventi strutturali” per contrastare, in primo luogo, la denatalità, “emergenza dai contorni obiettivamente allarmanti” e sulla quale il Comitato Cei per il progetto culturale sta elaborando il nuovo Rapporto-proposta. “Il lavoro che manca, o è precario, è motivo di angoscia per una parte cospicua delle famiglie italiane”: per questo la Cei auspica “tra le diverse categorie un’alleanza esplicita per il lavoro”. Infine, la scuola: “è la scuola, tutta la scuola, che dobbiamo amare con predilezione, qualificando certo la spesa ma non prosciugando risorse che lasciano scoperti servizi essenziali come le materne, il tempo pieno, le scuole professionali, la ricerca”. Il card. Angelo Bagnasco