Mons. Brambilla: «Le nostre case devono diventare spazio di accoglienza» Un effervescente monsignor Franco Giulio Brambilla ha aperto ieri il nuovo anno pastorale della diocesi di Pinerolo. Il vescovo di Novara, in un intervento brillante e denso di contenuti al tempo stesso, ha approfondito il tema dell’incontro mondiale delle famiglie che si è svolto a Milano nella primavera scorsa (dal 28 maggio al 3 giugno). Monsignor Pier Giorgio Debernardi, introducendo il confratello, ha ricordato ai numerosi fedeli assiepati nella cappella del seminario, che da Pinerolo hanno partecipato al Family 2012 diverse famiglie, accolte nel decanato di Vimercate. E ne sono tornate entusiaste.
“Famiglia, lavoro e festa” le tre parole chiave dell’VII Incontro mondiale delle Famiglie e della serata. «Esse formano un trinomio – ha spiegato mons. Brambilla – che parte dalla famiglia per aprirla al mondo: il lavoro e la festa sono modi con cui la famiglia abita lo “spazio” sociale e renda vivibile il “tempo” umano».
La prima riflessione il vescovo novarese l’ha proposta sul tema della “casa” oggi identificata con l’appartamento, nel quale la coppia veste a perfe-zione la forma dell’amore romantico, «cioè di un rapporto di coppia isolato, privatistico, che sente tutte le altre relazioni ecclesiali, culturali, sociali, come rapporti che vengono dopo e forse sempre troppo tardi. Aprire la casa appartamento è l’imperativo del momento. Occorre mettere le case e le famiglie in rete, sottrarle al loro regime di appartamento, farle diventare spazi di accoglienza, luoghi dove si custodisce un’intimità profonda nella coppia e tra genitori e figli, come la sorgente zampillante per diffondere intorno a sé calore e vita».
Quindi il tema critico, oggi più che mai, del lavoro che chiede di essere “abitato”. «Non può essere solo il mezzo del sostentamento economico, ma deve diventare un luogo dell’identità personale e della relazione sociale. Il modo con cui la coppia vive il lavoro dà volto allo stile di famiglia. Nelle società occidentali, la famiglia moderna ha bisogno del lavoro di entrambi i coniugi per poter vivere, altrimenti corre il rischio di sopravvivere. Questo ha un’incidenza decisiva sull’esperienza di famiglia. Soprattutto la donna deve fare la spola affannosa tra casa e lavoro, spesso con una settimana faticosa, che incide sulla figura stessa del suo essere donna, prima che moglie e madre. Ciò comporta che il lavoro dell’uomo non sia più inteso come l’unico sostentamento della famiglia, e questo dato sociale si riflette sulle relazioni familiari. È difficile che il lavoro entri normalmente nel dialogo tra i due coniugi, o nel racconto con i figli: eppure esso incide in modo considerevole sulla vita di casa. Soprattutto emerge nei periodi di crisi, sotto la forma di risentimento che l’uno avanza nei confronti dell’altro. E oggi, non solo nei paesi poveri, ma anche in Occidente, si nota la difficoltà a un lavoro stabile e rimunerato, soprattutto per i giovani. La grave crisi che ha travolto le società occidentali e la povertà endemica dei paesi del terzo mondo pongono oggi una grande do-manda di solidarietà e responsabilità, mettono in discussione una visione economicistica del lavoro».
Infine la dimensione della festa, uno degli indicatori più forti dello stile di famiglia. «È diventato difficile nella condizione odierna vivere la domenica come tempo della festa. Probabilmente il racconto di altre culture e di altri continenti ci aiuterà a non perdere il senso originario della festa. L’uomo moderno ha inventato il tempo libero, ma sembra aver dimenticato la festa. La domenica è vissuta socialmente come “tempo libero”, nel quadro del “fine settimana” (weekend) che tende ad assumere tratti di dispersione e di evasione. Il tempo del riposo è vissuto come un intervallo tra due fatiche, l’interruzione dell’attività lavorativa, un diversivo alla professione. Privilegia il divertimento, la fuga dalle città. La sospensione dal lavoro è vissuta come pausa, in cui cambiare ritmo rispetto al tempo produttivo, ma senza che diventi un momento di ricupero del senso della festa, della libertà che sa stare-con, concedere tempo agli altri, aprirsi all’ascolto e al dono, alla prossimità e alla comunione. La festa come un tempo dell’uomo e per l’uomo sembra eclissarsi».
La domenica stenta, anche per i cristiani, ad assumere una dimensione familiare. «È vissuta più come un tempo “individuale” che come uno spazio “personale” e “sociale”. L’autentico volto della festa genera prossimità all’altro, mentre il tempo libero seleziona spazi, tempi e persone per costruire una pausa separata e alternativa alla fatica quotidiana. Il tempo della festa dà senso al tempo feriale, mentre il tempo libero fa riposare (o fa evadere) l’animale uomo per rimetterlo a produrre». Per questo, soprattutto la famiglia ha bisogno di iscrivere nel suo stile il senso della festa non solo pensandosi come soggetto di bisogni, ma come comunità dell’incontro. «Solo così la domenica – ha concluso monsignor Brambilla – diventa figura della speranza cristiana, giorno del Signore Risorto. La domenica non è un giorno accanto agli altri, ma il senso dei giorni dell’uomo, l’attesa del tempo escatologico».
Al termine dell’intervento, il moderatore della serata, Walter Gambarotto, ha dato la parola all’assemblea che ha formulato al relatore alcune domande circa l’umanizzazione del lavoro, il problema abitativo per le giovani coppie, la fatica di chi che per diversi motivi non riesce a vivere appieno il progetto di una famiglia, e il significato della festa nel contesto odierno.
Il vescovo di Novara si è soffermato soprattutto sull’ultima questione chia-rendo che «Nell’esperienza della festa l’uomo sperimenta di essere un soggetto che può permettersi il lusso di perdere tempo sapendo che è tempo perso. La festa può umanizzare anche il lavoro. Che cosa vuol dire far festa? È un fenomeno che diventa difficile da descrivere. Il tempo libero è un’occasione di far festa ma non immediatamente festa. La dimensione estetica è fondamentale nella festa. Come pure quella della carità».
La riflessione sulle tematiche affrontate prosegue oggi nei lavori di gruppo nei locali del seminario.
Domenica 23 in piazza Duomo, saranno le famiglie della diocesi a rendere visibile la festa in un incontro dove si alterneranno giochi per i bambini e testimonianze di vita. Alle 18, nella stessa piazza, la messa celebrerà il prodigioso scambio tra “la povertà dell’uomo e la grandezza di Dio”.

P.R. Mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara