marzo 2015

 

Una ragazza o donna “fissata” con una drastica dieta per essere in linea con il canone di bellezza odierno – la magrezza estrema – è spesso etichettata come malata: anoressica. Ma «anoressica non è chi fa la dieta. Lo si diventa quando scatta un meccanismo di controllo sul cibo», così sostiene Serena Libertà, pseudonimo di Serena Catastini, milanese, autrice de ”Anoressia delle passioni”.

In un esile volume (Albeggi edizioni) ripercorre i vissuti di una fragile ragazza che si è arresa nell’anoressia. Dopo aver assaporato il libro di Serena, ho deciso di farle alcune domande: mi ha risposto una voce limpida, brillante e decisa. La voce di una donna forte e determinata.

La voce di qualcuno che è caduto nell’inferno e poi è risalito. L’inferno di Serena è stata l’anoressia: a 15 anni ha deciso di annullarsi per «paura di gestire un corpo che contiene emozioni» e di nascondersi «dietro un corpo invisibile per evitare problemi, situazioni, altri aspetti della vita che non sarei riuscita altrimenti a controllare, a cambiare».

Perché alla base dell’anoressia c’è il controllo? Quello sul cibo, che cosa nasconde?

Il corpo che cambia e assume la forma del desiderio fa paura: di fatto, controllandolo attraverso il cibo, si controlla tutto ciò che nasce dentro. È infatti semplice colpire questo “oggetto che si nota”, facile da modificare e da usare come gabbia per rinchiudere tutte le emozioni che iniziano ad emergere e spaventano.

La tua anoressia è stata un annullarsi totalmente, attraverso la repressione delle proprie emozioni e la distruzione del tuo corpo?

Sì. Ho voluto dimagrire fino a scomparire: diventare invisibile per diventare visibile, per far riconoscere quel grido: «Sono qui, ascoltatemi». Infatti, come scrivo nel libro, l’anoressia è una malattia dell’anima. Non c’è nulla da comprendere, solo da fermarsi ed ascoltare.

Scrivi che il primo e vero ascolto l’hai ricevuto da Dio: il tuo percorso di guarigione è, infatti, avvenuto principalmente grazie ad un percorso di fede. Raccontaci di più…

Io vivevo la fede in una modalità ritualizzata: messa della domenica e gesti di cui non capivo il valore. Nella malattia, tramite gruppi di preghiera, mi sono avvicinata al vero senso della fede: fiducia ed abbandono.

Tramite alcune persone ho provato un’accoglienza gratuita, senza giudizio, che mi ha fatto sentire “dono” da amare ed aiutare. È stato questo l’inizio vero della risalita: affidarmi a qualcuno che è oltre e ama a prescindere. Abbandonarmi totalmente e lasciarmi amare, soprattutto nella preghiera – che è la forza di chi si vuole affidare.

Ad oggi, donna e madre di tre bambini, l’anoressia è ancora presente, in qualche forma, nella tua vita?
Mi sento guarita dall’anoressia intesa come controllo del cibo, ma credo che il percorso di guarigione sia lungo: accettare di poter perdere il controllo di se stessi e di tanti aspetti della vita, lasciando andare le cose è un percorso lento, fatto di cadute ed inciampi.

Ma è fatto per conoscersi e accogliere i propri limiti, il non essere perfetti. E per questo imparare a per-donarsi e perdonare chi è accanto a noi.

Come i genitori… Il tuo rapporto con loro è stato molto complesso e delicato: nel libro descrivi come quello con tuo padre sia stato recuperato attraverso un forte dolore, ovvero la sua perdita…
La malattia di mio padre mi ha permesso di guardarlo con occhi diversi: ora ho di lui un immagine di forza, dignità, coraggio e di fede che difendo con riconoscenza e tenerezza. Il dolore può trasformarsi in dono per l’altro.

Guardando indietro posso dire che è attraverso il dolore che sono rinata: vedendo la vita con occhi diversi, imparando ad emozionarmi, cogliere nuove sfumature, sbucciarmi di quella nuda e secca corazza. Usare il mio dolore per esserci per gli altri. Il dolore deve essere uno strumento di aiuto per avere uno sguardo attento verso ciò che esprime chi è bisognoso.

Come educatrice ed insegnante, a che cosa ritieni di dover educare?

Educhiamo al rispetto, all’amore e, fin da piccoli, al diritto di esprimere le proprie emozioni e ad accoglierle per ciò che sono. Solo educando all’accoglienza di sé e dell’altro si potrà debellare quel mostro che mangia il nostro dolore, le emozioni e la nostra vita, rendendoci schiavi.

Un’ultima domanda: la frase che più mi ha colpito del tuo libro è la chiusura in cui scrivi «sognare non è vivere». In che senso?

Chi vive un disturbo dell’alimentazione si chiude in un bozzolo, in una realtà sfalsata e parallela. Non vive, ma sopravvive di rituali ossessivi che isolano dal mondo, dalle relazioni ed emozioni. Si crede di vivere, ma si sogna, o si rincorre, un mondo perfetto che non esiste.

Sognare non è inteso come avere obiettivi, desideri e vivere per raggiungerli, ma chiudere la vita a meccanismi stereotipati che allontano dalla realtà, che fa paura e pensiamo di non riuscire ad affrontare. Riprendere la vita è rendersi consapevoli che vivere è altro: riconoscere che distruggersi non è il metodo giusto per farsi notare, essere ascoltati, essere perfetti.

Nemmeno la vita è perfetta, ma è nell’imperfezione che si scopre il valore della propria individualità da accogliere, amare, migliorare.

Simona Valcarenghi

 Serena Catastini, sarà a Pinerolo il 25 marzo, alle ore 21, nella sala Pacem in Terris per dialogare sulla sua esperienza e sui disturbi alimentari.

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