8 luglio 2016

Nel 1975, i cattolici insieme con i rappresentanti di altre Confessioni cristiane, impegnati nell’accoglienza dei marittimi nei vari porti sparsi per il mondo, hanno ritenuto opportuno promuovere una giornata per far conoscere, a un più vasto pubblico, il lavoro di milioni di persone che trascorrono buona parte della loro vita sulle navi. Un lavoro, quello dei marittimi, del quale tutta l’umanità, che produce o che consuma, ne trae beneficio. E così, ogni anno, la seconda domenica di luglio viene celebrata, in tutto il mondo, la “domenica del mare”.

Una giornata speciale per ricordare i marittimi e pregare per loro, per le loro famiglie e per quanti si dedicano al loro servizio. La “domenica del mare” – così viene chiamata dal 1975 la seconda domenica del mese di luglio (quest’anno il 10 luglio) – torna puntuale per accendere i riflettori su un settore pastorale di cui, forse, si parla poco nel corso dell’anno. Non un appuntamento qualsiasi, dunque. Tutt’altro… E sono i numeri a confermarne l’importanza. “Quasi 1.200.000 marittimi di tutte le nazionalità (in gran parte provenienti dai Paesi in via di sviluppo) – ricorda il Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti nel messaggio per questo evento – trasportano, a bordo di 50.000 navi mercantili, circa il 90% di ogni tipo di merci”. Come dimenticarsi di tutte queste persone e del loro lavoro, spesso nascosto? Proprio per questo motivo la Conferenza episcopale italiana ha costituito nel marzo 2012 l’Ufficio nazionale per la pastorale del mare. A dirigerlo è don Natale Ioculano, che conferma: “L’Ufficio risponde a un’attesa pastorale della gente di mare e di tutte quelle persone che in un modo o in un altro frequentano o attraversano i numerosi porti del nostro territorio”.

Don Ioculano, il 10 luglio viene celebrata la “domenica del mare”. Qual è il senso di questo appuntamento annuale?

Quello dei marittimi è un lavoro da cui tutta l’umanità, che produce o che consuma, trae beneficio, ma di ciò non ci si rende conto. La “domenica del mare”, nel far acquisire la consapevolezza dell’interdipendenza dei mondi lavorativi, promuove una maggiore solidarietà verso chi, per tante ragioni, ha meno possibilità di far sentire la propria voce.

La via del mare è luogo di vita perché è strada che muove le persone, i loro affetti, i loro sogni, le loro attese, le loro speranze, ma è luogo anche di tante ferite per i marittimi.

È vero! Le ferite sono tante. Vorrei indicarne due. In primo luogo è noto che il trasporto via mare è il più globalizzato. In esso, causa la perdurante crisi, si avverte una maggiore pressione del cosiddetto dumping sociale, che da un lato mortifica il valore della professionalità, e quindi dell’impegno profuso, dall’altro crea esclusi. E i marittimi italiani ne sanno qualcosa. La seconda ferita riguarda un diritto negato. Ultimamente, infatti, sono sempre di più i porti italiani, nei quali ai marittimi è impedito di scendere a terra: occorre indagarne le cause per trovare una soluzione.

 Quali le possibili soluzioni per un contesto che appare così isolato e, quindi, maggiormente vulnerabile?

È propria del sistema marittimo l’impossibilità di creare alleanze globali tra i lavoratori. Ho letto con interesse una pubblicazione sul lavoro a bordo delle navi, curata dall’Università di Genova, e mi ha confermato nell’idea che in un sistema globalizzato si può invertire un processo solo se si è capaci di un’incidenza globale e di tutti. Si tratta, perciò, di porre segni reali e concreti di solidarietà verso i marittimi e provare a costruire una loro unità. È necessario che siano i marittimi stessi i protagonisti del cambiamento.

Parlando di mare non si può non pensare alle situazioni d’urgenza umanitaria nel Mediterraneo. In che modo l’apostolato del mare può farsi prossimo a chi sceglie le rotte della speranza?

Nel 2015, in 15 porti, si sono registrati 934 sbarchi per un totale di 149.029 persone accolte. L’apostolato del mare italiano, facendo seguito all’invito del Consiglio permanente della Cei, ha avviato un dialogo con le Chiese locali per mettere a loro servizio la sua competenza. Si tratta di un servizio in collaborazione con altri enti e associazioni in modo che, insieme, completino quanto necessario e utile per una piena accoglienza. La vita è un dono ricevuto e, proprio per questo, l’impegno può diventare un atto d’amore restituito anche a questi fratelli che fuggono dalla morte per la guerra o per la fame.

Una nota particolare viene data all’appuntamento della “domenica del mare” dal Giubileo della misericordia. Quale può essere la Porta Santa dei marittimi? E cosa significa attraversarla?

L’immagine della Porta da attraversare si coniuga, con grande efficacia, a quella del mare. In fondo, il mare è come una grande porta che viene “attraversata” dai marittimi, ma non solo. Una porta che può fare paura, ma che apre anche alla speranza. Pensiamo agli sbarchi dei migranti, ad esempio. Da Trieste ad Augusta sono tanti i porti italiani che, in modo differente, accolgono e danno il calore della casa. La Porta Santa del mare, dunque… Attraversarla significa creare un luogo stabile e concreto di accoglienza. Se così sarà, questa Porta sarà un ponte permanente che unisce la gente di mare alla Chiesa e viceversa. Insomma, una Porta che, seguendo le indicazioni e la testimonianza di Papa Francesco, resti aperta anche per il futuro.

 Sono trascorsi quattro anni dalla costituzione dell’Ufficio nazionale per l’apostolato del mare: qual è il suo bilancio? Quali i principali fronti su cui lavorare?

Il bilancio è senz’altro positivo e ne sono testimonianza i continui segnali che giungono dalle diocesi costiere che apprezzano la scelta della Cei di cui l’Ufficio incarna e promuove le linee pastorali. Papa Francesco, nel salutare i direttori degli Uffici della segreteria generale, ha detto: “Il vostro è un lavoro nascosto, è come le radici di un albero o come le fondamenta di un edificio, non si vedono ma se non ci fossero, non ci sarebbero nemmeno loro”. In questa prospettiva posso dire che sono pronti alcuni progetti che partiranno in autunno. Riguarderanno i pescatori e i marittimi residenti, un maggior coinvolgimento nell’accoglienza dei migranti che sbarcano nei porti e un incremento delle associazioni Stella Maris. Tre progetti in cui saranno coinvolti anche altri Uffici pastorali della segreteria generale.

Il Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti continua a chiedere ai vescovi, in particolare delle diocesi marittime, d’istituire e sostenere l’apostolato marittimo. Al riguardo, come è la situazione in Italia?

La scelta della Cei è già una risposta. L’istituzione di un apostolato del mare nelle Chiese locali è conseguenza di una trama di relazioni che nascono, si coltivano e crescono intorno a un lavoro comune, come ha detto il Papa a Firenze. In questo senso la situazione italiana è un cantiere aperto nel quale.

mare