3 maggio 2016

Continua a viaggiare nelle nebbie dell’Atlantico del nord, facendo la spola tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, il progetto di Trattato per la liberalizzazione commerciale tra UE e USA. Salpato ormai da tre anni, il bastimento carico di deroghe alle regole in settori sensibili del commercio internazionale, avrebbe dovuto approdare alla firma finale già nel corso del 2015, ma continua a navigare in acque agitate.

Le ragioni sono molteplici: dalle difficoltà politiche per le due parti negoziali, con Barack Obama ormai a fine mandato, Gran Bretagna alla vigilia di un referendum azzardato e Francia e Germania troppo vicine a elezioni ormai imminenti per inimicarsi elettori preoccupati delle massicce e frequenti mobilitazioni di della società civile, sindacati e chiese comprese, per denunciare i pericoli per la salute consumatori, per l’ambiente e per l’impatto sulle attuali produzioni, senza dimenticare le conseguenze sull’occupazione e sul futuro delle nostre democrazie.

Si susseguono a ritmi incalzanti le denunce del progetto di Trattato per gli impatti sulle nostre economie e società occidentali: dalle tecnologie avanzate all’energia, dalle telecomunicazioni ai servizi finanziari. Le ultime allerte in ordine di tempo sono venute da un rapporto reso pubblico i giorni scorsi da “Friends of the Earth Europe” redatto, per l’Italia, in collaborazione con l’associazione “Fairwatch” e dalle “carte segrete” svelate da Greenpeace. Basta il titolo del primo rapporto citato per avere un’idea del pericolo annunciato: “Contadini europei in svendita. I rischi del TTIP per l’agricoltura europea”, con riferimento all’impatto previsto nel settore agroalimentare.

In estrema sintesi: il progetto di Trattato, nella sua versione attuale, aumenterà massicciamente le importazioni in Europa da parte delle grandi imprese agroalimentari USA, contribuendo a diminuire dello 0,8% il contributo dell’agricoltura al PIL europeo, a fronte di un aumento dell’1,9% di quello statunitense. Con le conseguenze che si possono immaginare sulla residua occupazione agricola in Europa.

Più importante ancora: in gioco ci sono gli standard di sicurezza alimentare e la protezione delle produzioni europee a “Denominazione di origine protetta” (DOP) e a “Denominazione di origine controllata (DOC): solo per citare alcuni numeri per i prodotti italiani, potrebbero sopravvivere appena 41 dei 269 prodotti protetti dall’Italia e poco più di 200 sui quasi 1500 protetti dall’UE.

Sono previsti aumenti significativi di carne bovina che metterebbero a rischio gli allevamenti di manzo europei di alta qualità, senza contare i pericoli per i consumatori dall’abbassamento nel settore degli standard di sicurezza alimentare, un’operazione prevista anche nel settore del pollame e dei suini.

Non andrebbe meglio per un altro settore già in grave crisi, e oggetto in questi giorni di mobilitazioni di protesta in Italia, quello del latte, per il quale si prevedono esportazioni USA quasi doppie di quelle europee, con l’inevitabile ulteriore caduta dei prezzi interni.

L’analisi delle conseguenze di tale Trattato diventa più complessa se si risale all’impatto che potrebbe derivarne per il mercato del lavoro sulle due sponde dell’Atlantico, tenuto conto che il costo del lavoro negli USA nel settore agroalimentare è molto più basso di quello europeo.

Che cosa fare a questo punto? Almeno mobilitarsi, sottraendo l’argomento alla clandestinità protetta delle sale dei negoziatori e spingendo i nostri rappresentanti a difendere quello che è ancora difendibile. Anche dalle nostre parti abbiamo fior di parlamentari, per ora ancora in entrambe le Camere, in tutt’altre faccende affaccendati, che sull’argomento o non sanno o non sanno che dire, forse per non disturbare i manovratori a Roma o a Bruxelles, mentre molti loro elettori aspettano di sapere, nelle nostre campagne, di che morte morire.

Franco Chittolina
AGD

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