febbraio 2016

Stepchild adoption. Prima di tutto il diritto dei minori

 

Dottoressa, vorrei chiedere il suo parere sulla “stepchild adoption” tanto discussa in questi giorni… Sono un po’ confusa e mi chiedo quali possano essere le implicazioni a livello psicologico.

Grazie se vorrà rispondermi, S. L.

 

 Cara S.,

la confusione in questi giorni è tanta, perché il d.d.l. Cirinnà, in discussione al Parlamento, ha assunto dei toni ideologici, cioè viene utilizzato dalle diverse parti politiche per creare forti scontri e contrapposizioni, che a volte vanno al di là della materia. Senza entrare nel dettaglio del contenuto della norma, mi limito ad evidenziare alcune osservazioni di tipo psicologico sul punto da lei richiesto. Ci sono due temi, secondo me, su cui vale la pena riflettere.

Il primo è se avere un figlio possa essere considerato un diritto della coppia oppure no. Il secondo punto riguarda invece il delicato tema del maschile e del femminile, di quanto possa essere ancora importante nello sviluppo dell’identità di una persona o, al contrario, un aspetto non essenziale.

 

Al centro c’è il bambino

Nell’ambito della psicologia giuridica, si afferma spesso il primato del diritto di un figlio ad avere dei genitori e non del contrario. Questo punto, apparentemente banale, è oggetto di approfondimento e di riflessioni scientifiche, soprattutto in tema di adozioni. Nessun adulto, per quanto desideri un figlio, deve viverlo come un diritto, anche quando dietro c’è la sofferenza di lunghi anni di gravidanze sperate. Quando ad esempio una coppia intraprende il percorso adottivo, sa che non è lei ad attendere un figlio tra quelli adottabili, ma è il Tribunale dei Minorenni che cercherà la miglior coppia possibile per quel bambino in attesa di famiglia, in base alla sua storia e ad un protocollo. Anche se a volte i criteri di scelta non dovessero essere ottimali o dovessero esserci degli errori, perché anche i giudici e gli operatori sociali sono persone fallibili, ciò che ci può dare sicurezza è proprio il fatto che il focus viene messo sulle esigenze del bambino e non viceversa. Paradossalmente una coppia “perfetta” per l’adozione potrebbe non avere mai un bambino, perché non è lei a dover essere accontentata, ma è in base alle esigenze del bambino che viene cercata la famiglia più adatta.

Sappiamo, inoltre, che l’adozione è un “rimedio” per un bambino in stato di abbandono per motivi di povertà, maltrattamento, abuso o altro. Cosa potrebbe invece avvenire nella mente di un bambino, che poi diventerà un ragazzo e successivamente un uomo, se dovesse scoprire che la sua adozione non nasce dal desiderio di restituirgli per quanto possibile una famiglia persa, ma dalla decisione di due adulti di “procrearlo” a fini adottivi, avvalendosi di un terzo genitore biologico che ha fornito, non necessariamente in modo gratuito, il seme e il grembo materno e che il bimbo non conosce neppure? Non ci sono ancora sufficienti studi in materia, ma possiamo ipotizzare che questo potrebbe portarlo a sentirsi oggetto di “mercificazione”, con la conseguente difficoltà a credere di avere un valore come persona. Sappiamo quanto siano importanti a livello psicologico le origini biologiche: quali interrogativi potrebbero nascere dal pensare di essere cresciuto in un grembo talmente “freddo” da riuscire a consegnarlo ad altri in cambio di denaro o di provenire da un seme deposto in una banca, in chissà quale giorno e da quale parte del mondo… L’uomo si adatta a tutto, però credo che queste premesse creerebbero dei nodi problematici non indifferenti per lo sviluppo di un’identità sicura. Poi ci sarebbe da riflettere sulla libertà di chi si offre per “donare” un figlio ad un’altra coppia… Anche qui nutro qualche dubbio, perché l’esperienza clinica ci dimostra come il legame madre-figlio sia imprescindibile dalla volontà e si instauri sin dall’inizio della gravidanza, anche quando questa è indesiderata. Avviene uno scambio bio-psicologico che prescinde dalla volontà e quindi, nel perdere un figlio, si perde anche una parte della donna, portandola ad una possibile sofferenza psicologica non indifferente.

Per quanto riguarda invece l’adozione (per i casi di coppie omosessuali) del figlio del partner avuto da una precedente relazione eterosessuale, credo si debba tutelare il rapporto significativo che si sia instaurato con il nuovo compagno/a del genitore. Per tali situazioni però esiste già ed è stato più volte applicato l’istituto dell’adozione speciale che prevede una valutazione caso per caso.

 

Servono modelli di riferimento di diverso genere

Il secondo punto su cui volevo fermare l’attenzione riguarda invece il tema della maschilità e della femminilità. Nutro un profondo rispetto per le persone omosessuali e comprendo il desiderio di genitorialità che possono avere. Anche qui temo che il dibattito spesso sia venato da toni ideologici, che non servono a nessuno. Certo una coppia omosessuale può amare profondamente un bambino, provvedere alle sue esigenze ma perché dobbiamo assimilare ogni genere di amore ad un’unica realtà? Credo che la chiamata alla complementarietà che nasce dalle differenze, maschili e femminili, che insieme formano un solo corpo, resti. Credo che sia anche difficile, a livello psicologico, annullare l’importanza della figura maschile e di quella femminile che concorrono per una piena identificazione della persona in crescita. Lo diceva già Freud, parlando del complesso di Edipo e lo dicono le elaborazioni successive: per crescere, i bambini hanno bisogno di modelli di riferimento di diverso genere. Certo, un figlio può crescere bene con un solo genitore, certo esistono molti genitori eterosessuali che svolgono male la loro funzione educativa, ma stiamo di nuovo trattando dei casi specifici ed in ogni caso si evidenzia, a livello psicologico, per questi bambini, la necessità di trovare dei riferimenti educativi esterni alla famiglia in grado di completare lo scenario delle possibilità.

Faccio queste osservazioni con profondo rispetto di ciascuna persona, della sua sensibilità, della storia da cui proviene e della sofferenza che si porta dentro. Comprendere, capire, avere voglia di incontrare e conoscere sempre meglio l’altro non significa però appiattire tutto in un sentimento di indistinzione generale. Credo che riconoscere le differenze, dare valore alle diversità nel rispetto reciproco resti un punto imprescindibile per crescere e per dare piena dignità alla realtà complessa dell’uomo.

Alessia Nota – psicologa

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