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Cinque giorni al mare. Un po’ di disponibilità realtà vacanziera, talvolta persine frivola, finestre su realtà dolenti.
Lunedì. Mili è un albanese di settant’anni da decenni ormai naturalizzato ligure. Aveva una moglie affetta da pesanti turbe psichiche. Quand’era posseduta dal demone del delirio paranoide diventava pericolosa. Mili alza la maglietta per mostrarmi un’orribile cicatrice che gli sfregia tutto il ventre. Un giorno, la donna, cosparge di benzina l’appartamento dove vivono e appicca il fuoco. Lei muore. Lui riporta ustioni su tutto il corpo ma si salva dopo mesi di degenza al CTO di Torino. Eppure non passa giorno senza che Mili non raccolga fiori di campo e li deponga sulla tomba della moglie defunta.
Martedì. Mario è un napoletano che campa facendo caricature ai turisti. Sta sempre in padmasana , la posizione del loto con le gambe incrociate. È uno yogi. Mi racconta, convinto, che basta restare in quella posizione al sole un’ora all’alba e ungerà al tramonto per assorbire energia sufficiente da rendere superflua l’assunzione di cibo.
Mercoledì. Massimo, alto, sulla quarantina, siede su una panchina del lungomare con un cartello: «Cerco lavoro, qualsiasi lavoro». Gli chiedo da dove viene; mi confessa che viene da una città vicina: «Mi vergognavo troppo a fare questo nel luogo dove vivo». Racconta che fino a pochi giorni prima lavorava per una ditta che è fallita lasciando i dipendenti a casa senza un soldo. Massimo è intelligente, perfino colto. Conosce quattro lingue, avendo girato il mondo per lavoro. Gli suggerisco di recarsi presso il Comune della sua città, dove vivono molti stranieri, proponendosi come mediatore culturale. «Ci sono già stato ma i comuni, strangolati dai patti di stabilità, non hanno soldi».
Giovedì. Leggo il giornale su una panchina. Si siede una signora. Dopo qualche convenevole, mi racconta un sogno che le ha cambiato la vita. Una notte sogna un indiano con una gran massa di capelli e uno sguardo incantatore che la invita a cercarlo in India. Qualche giorno dopo vede la fotografia dell’indiano sulla copertina di un libro esposto in un’edicola. È il celebre santone Sai Babà: si dice che riesca a creare dal nulla gioielli con le mani. Emma parte per l’India, lasciando il marito e i parenti esterrefatti. Riesce ad incontrare il Babà il quale la guarisce da una malattia nervosa che la costringeva a rimpinzarsi di psicofarmaci. Anche ora che il santone è morto il contatto con la sua anima non si è interrotto. Nell’ora di decisione importanti Emma senta la voce del Babà che la consiglia.
Venerdì. Sulla terrazza di uno stabilimento balneare una signora mi apostrofa: «Lei è un Capricorno». Ci ha preso e allora si lancia in ardite disquisizioni psico-astrali. Vorrei dirle che le descrizioni caratteriali dei vari segni zodiacali sono come i responsi della Pizia o le quartine di Nostradamus: dicono tutto e il contrario di tutto. Ma preferisco tacere, convinto come sono che le persone credono a queste cose perché vogliono fortissimamente crederci. Questi ultimi due incontri rivelano che queste donne, pur non avendo problemi economici, tuttavia soffrono una solitudine che non è tanto diversa dalle altre persone incontrate. Sono orfane della capacità di percepire la magia del creato, devono trovarsi uscite di sicurezza esoteriche, una “second-life” virtuale. E pensare che basterebbe avere occhi per vedere questo bel mare fioccuto di spume, gli eleganti voli dei gabbiani, percepire questa brezza incantatrice perché il giorno abbia “malitia sua”.

Aldo Rosa