7 dicembre 2015

Da qualche giorno, i media stanno affondando le fauci nei risparmiatori penalizzati dal salvataggio di quattro  piccole banche locali. I più si pongono a loro difesa, in compagnia di tanti politici, attratti dal voto, scatenando strali maldestri verso il  Governo, per aver condiviso la normativa europea del bail in.  Alcune Agenzie, però, dimenticano che il modo migliore di rapportarsi con i fruitori, è  una concretezza equilibrata ed esperta.  Già, ma affrontare un tema così delicato, in maniera evoluta, significa finire fra gli amici dei  padroni o, peggio, dei banchieri. E le banche, com’è noto, sono sempre colpevoli. Lo pensano, in tanti, fornendo linfa ai mezzi d’informazione e agli autori di libri inchiesta che gettano premesse spazzatura e accuse infamanti addosso al sistema, solo per vendere. E sono moltissimi  quelli che non condividono il tentativo europeo di creare un’unione bancaria, diffondendo regole e controlli comuni. Vorrebbero mantenere i privilegi del passato e uno Stato pronto a cancellare gli errori dei banchieri e quelli della loro clientela. Vorrebbero, insomma, poter dormire fra due guanciali, lasciando ad altri il compito di riparare i danni, senza partecipare attivamente alla  prevenzione.

Prima di condividere, acriticamente, certi pensieri è opportuno tentare un approfondimento. Proviamo ad affrontarlo, ponendoci  alcune domande.

Come può una banca entrare in sofferenza, con quei prezzi alti, quell’attenzione al business e quella clientela, così affezionata?

Un’Istituzione creditizia deve marcare visita se i suoi asset cedono qualità, o subiscono perdite elevate, nell’ambito del credito erogato e degli investimenti, squilibrando il rapporto fra gli attivi pesati per il rischio e il suo patrimonio. Quindi: finanziamenti  a prenditori insolventi, acquisti di strumenti mobiliari sbagliati o trading speculativo con esito infausto.  Nelle banche più piccole, poi,  possono insorgere, più facilmente,  problemi  legati  alla bassa capitalizzazione, al territorio,  a mancanze amministrative, a contrasti interni fra l’Organo esecutivo e quello di controllo, a favoritismi gestionali. Da qui la necessità di  salvare l’azienda e tutelare gli interessi della clientela con il commissariamento.

Che cos’è il bail in e come si concilia con le  microrealtà?

Vietati gli aiuti di Stato, per volontà europea, una banca in difficoltà può essere recuperata all’ordinarietà solo dai privati o dal Sistema bancario. Rischiano quindi il loro capitale: gli azionisti, gli obbligazionisti subordinati (i cui titoli rendono di più ma il loro rimborso è postergato, rispetto agli altri debiti), gli obbligazionisti ordinari e i depositanti oltre i centomila euro (o  la diversa somma che scaturirà dai nuovi accordi di salvaguardia europei). Rischiano anche le banche più grandi chiamate a intervenire con fondi di solidarietà. Rispetto alle protagoniste del mercato, le microrealtà territoriali appaiono molto più vulnerabili, per le debolezze di bilancio e quelle gestionali, ma, soprattutto, per il prevalere degli interessi locali e del rapporto umano con i loro utenti.

Cosa significa tutto ciò, in un quadro costitutivo generato dallo stesso territorio, per banche possedute da operatori residenti, strenuamente dedicate al loro contesto?

Non voglio certo lasciar fuori il cattivo operato di tanti intermediari (anche primari), eccessivamente appannati dall’obiettivo profitto e dai prezzi di borsa. Sappiamo bene come i loro commerciali, affascinati dai target e dai bonus, tendano a privilegiare la vendita, al di là delle barriere MIFID e delle legittime attese dell’acquirente. Sappiamo anche che, nelle piccole banche cooperative, le priorità economiche e volumetriche hanno, in molti casi, scalzato la cura meticolosa della clientela. La redditività, ha preso, insomma, il sopravvento, come la distribuzione di prodotti rischiosi, gli investimenti azzardati, un credito facile e spesso forzato e, in ultima analisi, l’attenzione al patrimonio. È quest’ultimo il  punto dolens, quando una cattiva gestione degli attivi li deprezza  pesantemente, alimentando l’affannosa ricerca di nuovo capitale e nuovi mezzi liquidi. Da qui: cessioni di azioni a prezzi elevati e incongrui, forzature  sulla clientela fidelizzata per acquisire nuovi soci o piazzare  titoli di debito (obbligazioni subordinate e ordinarie), indebitamento smodato ecc. Tutte attività finalizzate alla sopravvivenza e, sotto certi aspetti, giustificabili, ma estremamente pericolose per i tanti clienti affezionati.

Quali sono le colpe degli sportellisti venditori?

Non è detto che gli uomini del front conoscano i retroscena e le reali problematiche del loro datore di lavoro, quando viene sollecitata la vendita di strumenti di capitale e di debito, ma, in genere,  gli sportellisti non possono  essere all’oscuro di ciò che accade nella stanza dei bottoni. Ricordiamoci, però, che sono parte integrante dell’Organizzazione, hanno un rapporto di dipendenza  e un coinvolgimento psicologico/funzionale con l’amministrazione e, soprattutto, è in gioco il loro posto di lavoro. L’avvento  del bail in è noto da tempo, ma appare comprensibile un atteggiamento volto a rassicurare il cliente sulla qualità della banca e sulla supposta non fallibilità delle Istituzioni finanziarie, secondo le esperienze precedenti. Non è invece, condivisibile un’informativa monca o bugiarda, nascosta dietro all’amicizia personale o alla fidelizzazione, volta a favorire il consenso all’acquisto, magari tacendo la subordinazione dell’obbligazione, specie nei confronti di clientela culturalmente impreparata. Lo so, non dovrebbe accadere,  ma le pressioni direttive e gli obiettivi capitali (non certo la preparazione degli addetti, perché mi rifiuto di pensare che non lo sappiano)  possono dar vita a contratti orfani dei presupposti.

E i risparmiatori, possono essere stati incauti?

Premesso che una profilatura MIFID corretta e aggiornata, dovrebbe tutelare l’investitore, quanto ad adeguatezza e coerenza dei prodotti acquistati, rispetto alle caratteristiche personali e familiari (conoscenza, cultura finanziaria, attese di rendimento, rischio sopportabile). Non possiamo sottacere alcune considerazioni.

  • I tanti risparmi degli italiani sono prevalentemente in capo  a ultrasessantacinquenni.
  • Gli anziani sono per lo più banca-dipendenti e tendono ad ancorarsi al loro sportello e al loro uomo, Istituzioni di cui si fidano ciecamente.
  • In genere, c’è poca propensione ad accrescere la cultura finanziaria e la conoscenza dei mercati, o a rivolgersi ai consulenti a pagamento. Si preferisce, quindi, attingere consigli dagli amici, da pseudoesperti senza scrupoli o  rivolgersi, come sempre, al bancario di fiducia, nella certezza  che non tradirà mai.
  • Questi risparmiatori non intendono proprio pensare alla successione e sono in prima linea fino all’estremo delle forze. Tanti  aventi causa in pectore, poi,  sono forse  meno preparati degli anziani  in economia e finanza, se, fin da ragazzini hanno rifiutato questi argomenti, sperando, magari, che le banche privilegino il sociale rispetto al profitto o vengano sostituite dalla sharing economy.
  • Nella scelta dell’investimento si lasciano troppo spesso annebbiare la vista dal rendimento, piuttosto che curare, in modo particolare, vista anche l’età, il rischio assunto, ovvero la sicurezza del capitale. (Qualsiasi allocazione comporta un rischio, in genere proporzionale al compenso).

 

Quale può essere una soluzione equa?

È vero:

  • Un eventuale intervento dello Stato comporta una procedura d’infrazione da parte dell’Europa.
  • Le banche riattivate hanno costituito piccoli patrimoni, cedendo gli asset problematici a una bad bank e attingendo al Fondo di solidarietà creato dagli Istituti protagonisti del nostro mercato. Non hanno quindi risorse per rimborsare i  debiti azzerati.
  • Il Sistema bancario italiano non vede certo di buon occhio un intervento di risanamento a fondo perduto, senza ricevere nulla in cambio. Oppresso com’è dalle sofferenze e dalla fame di utili e patrimonio. (Ricordiamoci che il capitale è merce rare e preziosa).
  • Pur non escludendo, a priori, una cattiva vendita nei confronti dei risparmiatori che hanno subito perdite, il fatto è difficile da dimostrare e non possono essere  portati sul banco degli imputati i dipendenti e le banche, ormai svuotate. Non è quindi ipotizzabile una class action o una salatissima multa, come spesso accade nel caso di  grandi Organismi, perché non esisterebbe  alcuna possibilità di rivalsa.
  • Il commissariamento di una banca, anche se  priva di rating, è un fatto che non può passare inosservato ed è un indice inequivocabile di cattiva gestione, ma, al di là di questo aspetto, il differenziale di peso fra i due contraenti ci impone di metterci al fianco del più debole.
  • Occorre trovare una possibile soluzione, per attenuare il disagio di questa clientela, così lontana dal pensiero di perdere i risparmi per un improvviso e inaspettato cambiamento della prassi di risanamento.

 

Cosa ci insegna il caso?

Che la crescita culturale di tutta la clientela bancaria (e non solo dei risparmiatori) è fondamentale,  indispensabile  e non più procrastinabile. Bisogna aggiornarsi, seguendo le orme di chi conosce e non ha specifici interessi a fregarci, bisogna conoscere e conoscerci, per   potersi confrontare alla pari con i venditori delle banche, saldamente legati al nostro destino di investitori, prenditori di denaro o acquirenti di servizi.  Tenendo, comunque, ben presente che queste Istituzioni non sono opere di carità ma Organismi votati al profitto e ogni cliente è, e non può che essere, un contributore . Solo così, solo avendo le idee chiare e mettendo anche in dubbio i consigli (sempre interessati) dello sportellista, potremo fare la scelta più consona alle nostre aspettative e al nostro profilo.

 Sergio Martini

sportello-banca