23 giugno 2015

Da 10 anni a questa parte assistiamo ad un aumento di attacchi alla famiglia. Usa, Regno Unito e Francia sono in prima linea nel concedere diritti che indeboliscono la cellula fondamentale della convivenza umana.

Anche l’Italia rischia di aprirsi a questo scenario e alcune leggi in Senato sono pronte a favorirlo: il DDL Fedeli, che permetterebbe l’ideologia gender (uomo e donna non esistono, dati culturali e non biologici) e il DDL Cirinnà, che aprirebbe alla parificazione del matrimonio con qualcosa che non lo è e alle adozioni da parte di coppie omosessuali.

Di questi nodi antropologici, politici e giuridici abbiamo parlato con Massimo Introvigne, sociologo di fama internazionale, direttore del Cesnur e Coordinatore dei Comitati “Sì alla Famiglia”.

La scorsa settimana è stato pubblicato su Avvenire e su altre testate un “Manifesto di Sì alla Famiglia” e un appello di 58 intellettuali; inoltre è stata presentata una proposta di legge che porta i nomi degli onorevoli Pagano e Sacconi. Quale lo scopo e i motivi di tali contributi?

Sì alla famiglia – che è un comitato di associazioni, cattoliche ed evangeliche – ha pubblicato insieme ad Alleanza Cattolica un manifesto inteso a contrastare l’idea diffusa che le unioni civili fra persone dello stesso sesso, che si cerca d’introdurre tramite il disegno di legge Cirinnà, siano un’alternativa al «matrimonio» omosessuale.

Per la verità aveva già detto tutto, fin dal 16 ottobre 2014, il principale ispiratore del DDL Cirinnà, il sottosegretario Scalfarotto, che intervistato da Repubblica spiegò che «l’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa con un altro nome per una questione di realpolitik». Tuttavia appunto la realpolitik impone a Renzi e ad altri di continuare a raccontare che le unioni civili della Cirinnà sono una cosa diversa dal matrimonio.

Ma l’unica differenza è il nome. Il DDL Cirinnà veramente equipara al matrimonio, come finora è stato disciplinato, il legame fra persone dello stesso sesso: vi è una cerimonia di inizio svolta in Comune alla presenza di due testimoni, vi è l’espressa estensione all’unione civile degli articoli del codice civile che descrivono i doveri e i diritti derivanti dal matrimonio – anzitutto gli articoli 143-144-147, quelli letti agli sposi a ogni cerimonia di nozze, vi è l’accesso alla quota di legittima della successione e l’apertura all’adozione, pure nella forma della “stepchild adoption”, cioè dell’adozione del figlio biologico o adottivo di uno dei “civiluniti”: il che, fra l’altro, favorisce oggettivamente la sinistra pratica dell’utero in affitto.

Con la lettera dei 58 intellettuali abbiamo voluto insistere sul punto adozioni: anzitutto non è vero che non ci sono nel DDL Cirinnà. C’è appunto la stepchild adoption, all’articolo 5 ma la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito che nessun Paese europeo è obbligato a introdurre nel suo ordinamento il “matrimonio” omosessuale o istituti sostanzialmente uguali al matrimonio; se però lo fa, deve introdurre anche le adozioni perché diversamente violerebbe il principio di non discriminazione.

Pertanto anche se alla fine il controverso articolo 5 fosse eliminato, le adozioni, cacciate dalla porta, rientrerebbero dalla finestra, per intervento dei giudici europei o italiani, e non dopo qualche anno ma dopo qualche settimana.

Il Governo appoggia questa linea?

Renzi sa che dal settanta all’ottanta per cento degli italiani è ostile alle adozioni da parte di coppie omosessuali. Però il problema non si risolve mentendo agli italiani e promettendo loro che con la Cirinnà ci saranno unioni civili senza adozioni. Le unioni civili prive di adozioni sono giuridicamente impossibili.

Renzi potrebbe obiettare che la maggioranza degli italiani nei sondaggi si dice favorevole alle unioni civili.

È vero. Però, dal momento che vogliono le «unioni civili» senza le adozioni, è da escludere che vogliano la Cirinnà. Chi la conosce non la vuole e chi la vuole non la conosce. Senza forzare, sembra ovvio che gli italiani vogliano che ai conviventi, anche omosessuali, siano assicurati i diritti e i doveri che derivano da ogni convivenza: assistenza al convivente, subentro in caso di morte nel contratto di locazione, certi diritti patrimoniali e così via.

Questi diritti individuali dei conviventi – che non implicano la registrazione di un simil-matrimonio come «unione civile» – in Italia ci sono già. La proposta di legge elaborata da “Sì alla famiglia” e presentata da Sacconi e Pagano li elenca. Chi la legge scopre che sono davvero molti. Ma sono appunto diritti patrimoniali, non matrimoniali, e diritti dei singoli. Questa è l’unica via per riconoscere i diritti dei conviventi senza aprire alle adozioni e all’inevitabile cambio di nome in “matrimonio” dopo qualche anno.

Chi vuole riconoscere ai conviventi dei diritti ragionevoli ma senza adozioni e senza “matrimonio” deve schierarsi contro le unioni civili della Cirinnà – anzi, la giurisprudenza europea, per esempio nel caso dell’Austria, mostra che lo stesso nome «unioni civili», che in Europa connota ovunque istituti analoghi al matrimonio, va evitato – e sostenere proposte come la Sacconi- Pagano.

Il “Comitato difendiamo i nostri figli”, il cui portavoce è Massimo Gandolfini, ha chiamato a raccolta gli italiani (manifestazione del 20 giugno a Roma). Ci può spiegare l’importanza di un tale gesto? La manifestazione del 20 si può paragonare alla francese “Manif Pour Tous”?

In Italia è molto più difficile riunire tutte le componenti del fronte pro family. Fanno ostacolo due malattie infantili che altrove questo fronte ha superato: il massimalismo e il minimalismo. Da una parte c’è un massimalismo che ricorda quello di certi gruppi lefebvriani che in Francia finirono per sfilarsi anche dalla Manif perché avrebbero voluto che si condannassero in piazza non solo le leggi che riconoscono alle unioni omosessuali lo stato di simil-matrimonio ma anche l’omosessualità o gli atti omosessuali in quanto tali, con una grave confusione fra morale e diritto.

Questa obiezione massimalista è debolissima ed è sostenuta da gruppuscoli che cercano di farsi credere più grandi di quello che sono moltiplicando i siti Internet e i blog dove alla fine scrivono sempre le stesse persone. Si tratta di un ghetto autoreferenziale, irrilevante e un po’ patetico. Più preoccupante è la presenza di opinioni minimaliste, le quali pensano che andando in piazza si rischi di mostrare di essere contro le persone omosessuali o di venire meno al dovere di non giudicarle in quanto persone, come ricordato da Papa Francesco. Anche qui c’è una confusione: certo, chi sono io per giudicare le persone? Ma chi sono io per non giudicare le leggi, venendo meno al mio dovere di cristiano e di cittadino? Quanto è importante che a guidare un movimento pro-famiglia ci siano laici cattolici e non?

Papa Francesco qualche tempo fa ha detto una cosa importante: è finito il tempo dei “vescovi-pilota”, i laici devono imparare a guidare e a guidarsi da soli. In Italia ci sono ancora tanti residui di clericalismo e ci vorrà del tempo prima che si impari la lezione. Il clericalismo è ancora vivo e presente. E fa tanti danni. Il mondo politico sarà in grado di ascoltare chi scende in piazza? La piazza è importante ma non sostituisce il Parlamento.

“Sì alla famiglia” parla con i membri del Parlamento, li incontra periodicamente a Roma e sta lanciando il “Comitato dei parlamentari per la famiglia” che è già vicino al centinaio di adesioni. Questi parlamentari sono maggioranza in Parlamento? Purtroppo no. Possono fare molto per mettere i bastoni fra le ruote alle leggi ostili alla famiglia? Assolutamente sì. La piazza e le attività formative ed educative di cui tanto si parla, servono a rafforzare l’opera di questi parlamentari. Alla fine le leggi si fanno in Parlamento. Se si vogliono davvero fermare le cattive leggi, il rapporto con i parlamentari è cruciale. L’anti-politica sarebbe la morte della famiglia.

Daniele Barale

Massimo-Introvigne