29 giugno 2016

Centralità del dialogo, lotta al terrorismo e a tutti i fondamentalismi, disponibilità all’ascolto e alla comprensione degli altri “diversi” da noi. Sono questi, i capisaldi della proposta culturale e teologica di padre Samīr Khalīl Samīr. Nato al Il Cairo, in Egitto, nel 1938, Samīr entrò nell’Ordine dei Gesuiti nel 1955 approfondendo i suoi studi sull’Islam.

Docente al Pontificio istituto orientale di Roma e già consigliere di Benedetto XVI oggi è un islamologo di fama mondiale. Lo abbiamo incontrato per fare una panoramica sulla situazione attuale, a livello internazionale e anche per quanto riguarda il nostro paese.

 

La minaccia terroristica nel mondo continua a non placarsi. Attentati e incitazioni all’odio sono all’ordine del giorno. Come si può affrontare questa situazione ormai diffusa su scala globale?

La minaccia, e non solo la minaccia, terroristica esiste e purtroppo colpisce duramente. Tutte le ideologie fondamentaliste di origine islamica, sostenute a partire dagli anni 1970 dai soldi del petrolio dell’Arabia Saudita hanno cambiato l’immagine dell’Islam. Il detto “chi paga comanda” è più vero che mai. L’epoca in cui siamo immersi è contraddistinta da un fondamentalismo sempre più radicale. Io credo che l’islam dovrebbe affrontare a fondo le tematiche della modernità: l’interpretazione a fondo del Corano e non il letteralismo, la non violenza compreso verso chi pensa il contrario di noi, la libertà di coscienza anche per l’apostata. Una prima cosa che varrebbe la pena accettare da parte di tutti è il principio della non violenza. Il punto di fondo è che finché l’islam, invece di battersi contro gli altri – apostati, cristiani, occidente, atei – non farà un’autocritica e riconoscerà che il problema è al suo interno, non se ne verrà fuori e i paesi islamici saranno sempre più caratterizzati dalla guerra fra di loro. Vorrei dire agli amici musulmani: affrontate, fate l’autocritica, ripensate l’islam per oggi, reinterpretate le parole del vostro Profeta. Anche nella Bibbia vi sono versetti che inneggiano alla guerra. Ma tutti noi comprendiamo che occorre reinterpretarle e non prenderle alla lettera.

Il dialogo e il confronto continuano ad essere oggettivamente le armi migliori per affrontare le profonde diversità culturali e religiose su scala locale e globale. Come giudica, al riguardo, il comportamento politico dell’Europa?

La convivenza con i musulmani è diventata un tema centrale della vita interculturale e interreligiosa in Europa. Da anni i conflitti scaturiti dalla costruzione di moschee o centri culturali islamici sono una dimostrazione della forza dei pregiudizi ai quali si trovano esposte le persone di confessione musulmana. L’islam fa paura, ma non senza ragioni. Il fatto, per esempio, di stendere i tappeti per strada il venerdì per pregare, col pretesto che la moschea è troppo piccola, è semplicemente inammissibile, come lo sarebbe di occupare la strada la domenica davanti alla chiesa; oppure di esigere un menù halal, o di chiedere orari particolari nelle piscine per le donne musulmane, ecc. non può che suscitare reazioni negative… e con ragioni! Ma, credo, sia opportuno operare una distinzione fra i problemi reali, che emergono nel contesto della convivenza con persone di confessione musulmana, e i problemi che vengono loro puramente e semplicemente attribuiti. Una regola deve essere osservata: lo straniero che vive in un Paese deve cercare di integrarsi, rispettando in pubblico il modo di vivere del Paese.

 In che modo?

Ora, ci sono molti modi per favorire e incrementare questo dialogo. C’è l’apertura religiosa. Il mondo cristiano, sempre meno ripiegato su se stesso, si apre sempre più verso il diverso: si documenta, ricerca, sottolinea l’importanza del  dialogo all’interno della propria sfera – il cosiddetto dialogo ecumenico – ma anche al di là di essa verso altri credi religiosi, che si tratti dell’India o del vicino Oriente, quindi del mondo musulmano come di quello ebraico, buddista o hindu. Di conseguenza, sempre più persone si interessano di altre religioni. Ma la necessità del dialogo è sempre quella di evitare l’ignoranza. Misuriamo la necessità di unire la buona volontà di tutti, in modo tale che non ci sia più una società dove la violenza penetra in tutti i settori della vita. Molti cristiani temono i musulmani, ma non li hanno mai incontrati, e mai hanno aperto il Corano. E la stessa cosa vale per quanto riguarda la parte musulmana, che non ha mai preso abbastanza consapevolezza del contenuto del Vangelo. Occorre, quindi, puntare anche sull’educazione. È questa la chiave del futuro. Certo, il problema del rapporto con i musulmani c’è perché molti di loro non si vogliono integrare, dato che l’islam è un sistema, non solo una religione. Però, va detto che i politici europei non affrontano mai il problema. Essi dovrebbero dire ai migranti: siete benvenuti. Noi vi accogliamo fraternamente, anche perché siamo di tradizione cristiana. Se volete, potete stare qui, ma dovete integrarvi. Potete praticare la religione che volete, o potete essere atei, ma dovete entrare nel sistema esistente qui, integrandovi dal punto di vista economico, politico, sociale. Purtroppo i politici preferiscono non mettere il becco e predicare solo una vaga accoglienza, ricacciando la cultura europea a livello privato. Sul versante del dialogo, non posso dimenticare il grande magistero di Papa Francesco che, con la sua testimonianza e il suo esempio, svolge un ruolo straordinario a livello planetario.

L’Italia, almeno sino ad oggi, non è stato bersaglio nella strategia del terrorismo islamico. C’è una ragione che può escludere il nostro paese da una offensiva terroristica?

l’Italia, è vero, per il momento non ha subito attacchi terroristici. Credo che le ragioni vadano ricercate anche nella prudenza e nell’equilibrio della sua politica estera. E questo è un elemento non secondario ai fini del contenimento della minaccia terroristica. Ma accanto a questo elemento indubbiamente importante, credo sia altrettanto importante sottolineare l’umanità del popolo italiano, anche sotto il profilo dell’accoglienza. L’ho constatato direttamente ascoltando casualmente a Roma il dialogo tra alcune giovani egiziane che esaltavano, appunto, l’umanità del popolo italiano. E, accanto a questo aspetto però, non posso dimenticare il continuo commercio delle armi. Purtroppo, su questo versante, regna un’ipocrisia globale. Ci sono Paesi europei, come ad esempio la Francia, che hanno fornito armi e aerei militari al Qatar per miliardi di dollari, circa due anni fa. Per non parlare del rapporto stretto, sempre sul capitolo armi, tra l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti. Fortunatamente su questo versante l’Italia è uno stato più prudente degli altri. Ma, se posso dirlo, occorrerebbe dire basta a questo mercato delle armi con i governi degli stati musulmani. Sarebbe un grande passo in avanti sulla strada della democrazia e di un miglior rapporto tra gli stati e le rispettive popolazioni.

Il caso Regeni. Malgrado gli sforzi del Governo italiano, non siamo ancora riusciti ad arrivare ad una chiarezza definitiva su un caso che ha sconvolto l’opinione pubblica italiana. Perché?

Sul caso Regeni è calato un silenzio inspiegabile e misterioso da parte dell’Egitto. E questo è ancor più grave visto la gravità e la drammaticità del caso. D’altra parte, mi è sembrato che la stampa italiana si sia appesantita enormemente su questo caso, senza cercare di capire la situazione interna dell’Egitto. Spero, comunque, che quanto prima si arrivi ad una ricostruzione di ciò che è realmente accaduto.

 Stefania Parisi
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«Vorrei dire agli amici musulmani: affrontate, fate autocritica, ripensate l’islam per oggi, reinterpretate le parole del vostro Profeta»