Mi chiedo spesso come possa apparire l’Europa agli occhi dei migranti e dei profughi che cercano rifugio, lavoro e futuro nel nostro continente. Si lasciano alle spalle guerra, violenze, fame e persecuzione con il miraggio di una terra libera e nuova e si ritrovano a calpestare una terra vecchia e triste. Certo non si aspettano, dopo interminabili traversate di deserto e di mare, di trovare un’Europa terminale e barcollante, che alza muri e barriere. Un’Europa che uccide i propri figli prima ancora che nascano (e anche dopo!). Un’Europa che non sa più distinguere tra diritti e capricci, che confonde la famiglia con i suoi surrogati. Un’Europa ripiegata su se stessa, che si vergogna delle proprie origini. Un’Europa che ha barattato la sua secolare cultura con l’effimero della moda del momento. Un’Europa senza fede, capace di inginocchiarsi solo di fronte agli altari della finanza. Un’Europa senza politica, senza comunità, senza sogni.
Questa è l’Europa che sbarra loro la strada.
Però c’è anche un’altra Europa. Meno visibile perché soffocata. E soffocata perché scomoda e controcorrente.
È l’Europa di quanti, pur non rinunciando alla propria identità, sanno tendere la mano, incontrare, metterci del loro per accogliere i fratelli. È l’Europa che resiste allo squallore della secolarizzazione selvaggia e senza orizzonti. È l’Europa che non smarrisce i suoi valori ed è capace di porsi in ascolto di quelli degli altri. È l’Europa che ama e difende la vita, che conserva le sue radici e che fa tesoro della storia.
È l’Europa integra in un’Europa che si disintegra.

P.R. 

Donne e bambini nel campo profughi di Katsika

Donne e bambini nel campo profughi di Katsika