È un sarcofago di ghiaccio che stringe in una morsa d’acciaio e toglie il respiro, il peso che gli orfani di femminicidio devono sopportare talvolta fino a esserne schiacciati. Testimoni del male assoluto e due volte orfani: figli ai quali la mano violenta del padre ha strappato la mamma, oltre 1.600 dal 2000 ad oggi. Doppiamente orfani perché il padre sta scontando la pena in carcere oppure, come spesso accade, dopo l’omicidio si è tolto la vita. Non effetti collaterali o vittime secondarie, ma giovani vite segnate per sempre. Bambini o ragazzi scampati alla furia di chi avrebbe dovuto proteggerli insieme alla loro mamma solo perché non presenti all’omicidio, mentre è di qualche giorno fa la notizia della dodicenne di Pavia, ferita di striscio dal compagno e assassino della madre, costretta a fingersi morta per salvarsi.

Ed è un calvario quello che devono affrontare: la lacerazione della perdita; il processo del padre in un’ambivalenza di sentimenti da destabilizzare chiunque; se minorenni l’affidamento ai nonni o ad altri familiari – diventando magari oggetto di contesa – o la collocazione in case famiglia. Frequenti le difficoltà economiche causate dalla perdita di entrambi i genitori.

Quale tsunami si scatena nella loro mente e nel loro cuore? Chi se ne occupa? Che fine fanno quando i riflettori della cronaca si spengono? Abbiamo girato queste domande ad Anna Costanza Baldry, criminologa e docente di psicologia sociale alla Seconda Università degli studi di Napoli, ideatrice e coordinatrice del progetto switch-off.eu (Supporting WITness Children Orphans From Feminicide in Europe ma anche acronimo di “spento”) i cui risultati verranno presentati a settembre in un incontro alla Camera dei deputati, insieme a un documento di Linee guida.

Il progetto – all’interno del quale www oltre al tradizionale significato di world wide web riassume le tre domande: who, where, what? – “è nato nel 2011 pensando ai ragazzi che dieci anni prima avevano perduto i genitori nell’attentato alle Torri gemelle”, ci spiega Baldry, ed è partito l’anno successivo, finanziato dall’Unione europea e coordinato dal dipartimento di Psicologia dell’Università partenopea, con la collaborazione della rete nazionale dei centri antiviolenza ‘DiRe’ (Donne in rete), dell’Università Mikolas Romeris della Lituania e dell’Università di Cipro. Degli oltre 1.600 orfani individuati, 143 hanno accettato di essere incontrati e intervistati: “i maggiorenni hanno raccontato personalmente la loro storia. In caso di minori il colloquio è avvenuto con gli adulti affidatari”. Poche le patologie importanti riscontrate ma, precisa la ricercatrice, “non si tratta di un campione rappresentativo: solo una piccola parte si è sentita di rispondere. Dalle situazioni più ai margini non abbiamo avuto alcun feed-back”.

Vicende diverse ma con un comune denominatore: il senso di solitudine dei protagonisti e l’inadeguatezza delle risorse messe in campo per aiutarli.

Fondamentale il sostegno psicologico, per loro e per i familiari che se ne prendono cura, colpiti anch’essi dal lutto; eppure lo ha ricevuto soltanto il 15%, mentre solo nella metà dei casi l’intervento dei servizi sociali è proseguito oltre l’affidamento.

“Proprio dalla loro voce e dal loro vissuto provengono in buona parte gli spunti per le linee guida che saranno a diposizione di servizi sociali, magistratura, forze dell’ordine, ma offriranno indicazioni concrete anche a familiari, insegnanti, genitori di compagni di scuola e di amici. Si tratta di situazioni devastanti alle quali non si è preparati”, prosegue la responsabile del progetto.

Il primo passo è il funerale. “Che cosa vorreste dire ad altri orfani come voi e alle loro famiglie?”. Di fronte a questa domanda esplode il dolore per non essere stati portati al funerale della mamma: “Ci sarei voluto essere perché l’avrei potuta vedere almeno nella bara”.
Ed anche la sofferenza per i silenzi degli adulti, le risposte vaghe alla loro ansia di verità: “Mia madre non si poteva nemmeno nominare”. Pensiamo così di proteggere i nostri bambini, ma è un errore. “Per l’elaborazione del lutto – spiega l’esperta – il primo passo è prendere consapevolezza di quanto accaduto, dare un nome alla realtà. La reticenza degli adulti finisce invece per alimentare fantasie angosciose e profonda vergogna”. In alcuni casi ulteriormente aggravati da “uno stigma sociale che fa credere che, in fondo, la vera colpevole sia la madre uccisa”, o dal senso di colpa per non essere riusciti a salvarla.

Di che cosa hanno bisogno? “Occorre abbattere con azioni e interventi adeguati il muro di silenzio e di non riconoscimento che li avvolge ; servono formazione specifica e linee guida, un protocollo d’azione omogeneo perché, anche se non esiste un modello standard, chi si occupa di loro sappia che cosa fare e che cosa non fare”. Nei mesi scorsi è stato presentato alla Camera dei deputati un progetto di legge che prevede il loro gratuito patrocinio, la provvisionale e il sequestro conservativo dei beni dell’omicida e la sua esclusione dall’eredità della compagna uccisa. Per Baldry è però necessaria una legge di tutela a 360° che istituisca anche un fondo analogo a quello previsto per le vittime di terrorismo e mafia.
Solo così sarà possibile sostenere e accompagnare psicologicamente e materialmente in un percorso di rinascita le vittime incolpevoli di questa insensata violenza.

GIOVANNA PASQUALIN TRAVERSA – AGD

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