4 maggio 2014

Accattonaggio. Sembra un problema d’altri tempi. Eppure si presenta come ruvida realtà sotto gli occhi di tutti. Se n’è occupata anche la Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali  il 7 aprile scorso invitando il giudice Piercarlo Pazé e la consigliera comunale di Pinerolo Piera Bessone. Dall’incontro e da una successiva riflessione è scaturito un documento che affronta e approfondisce la tematica. 

Ne riportiamo di seguito il testo integrale.

Ragionare sull’accattonaggio, che è manifestazione e conseguenza della povertà, è complesso. La riunione della Consulta del 7 aprile, alla quale sono stati invitati Piercarlo Pazé e la consigliera comunale Piera Bessone – che ringraziamo per la loro partecipazione – aveva carattere interlocutorio per ragionare insieme ed ampliare la visione del problema dell’accattonaggio dei minori. Ciò abbiamo fatto partendo dalla Bibbia dove si legge che ‘Dio solleva dalla miseria’ e ‘L’uomo giusto stende le sue mani ai poveri’.
Quando si ragiona di povertà e di mendicità, si tende troppo spesso a dimenticare che non esiste un problema, ma c’è una condizione di vita di singole persone. Oppure si tende a pensare che povertà e mendicità siano situazioni inevitabili, ma non è così.
Prendiamo l’esempio degli zingari, un gruppo povero che fra le sue fonti di sostentamento ha l’economia del riciclo e anche la mendicità. Ebbene, verso gli zingari sono state attuate in altri Stati e anche in Italia delle politiche di integrazione rivolte alla progressiva chiusura dei campi, all’inserimento delle famiglie in case e all’avvio a un’autonomia lavorativa ed economica, che hanno avuto successo. Quando alla fiera a Pinerolo incontriamo i giostrai, dobbiamo sapere che molti di loro sono di etnia zingara e furono aiutati ad avviare questa attività, che li rende economicamente indipendenti, da politiche di integrazione degli anni ’60 del secolo scorso svolte in alcune regioni, specialmente in Emilia-Romagna.
Anche il giudizio sulle madri zingare che mendicano deve essere meno semplicistico. Quando vediamo una mamma zingara che mendica tenendo in braccio il suo bambino, teniamo presente che le donne zingare allattano i bambini sino ai due – tre anni, che quasi sempre non li utilizzano per impietosire e li portano con sé per non lasciarli soli (sono stati offerti loro asili?) e che i bambini vogliono stare con la mamma. Giustamente proviamo pietà quando vediamo per strada che il bambino è triste, ma ci devono turbare ancora di più le condizioni di vita della madre e del bambino nel campo o nel luogo dove vivono. Riusciamo a riconoscere in queste madri una “periferia esistenziale”?
Dobbiamo evitare anche di fare della mendicità una questione di ordine pubblico o di decoro urbano, senza andare alla condizione di povertà che è a monte. Per il Medioevo sappiamo che la povertà era la condizione di gran parte della popolazione, decimata dalle carestie, e che le chiese e i monasteri erano accoglienti per i poveri. Dal Seicento si afferma una prospettiva più complessa: gli Stati vogliono liberare le città dai mendicanti, per assicurare il decoro urbano (verranno istituiti gli Alberghi di virtù per rinchiuderli), e su impulso delle Chiese si sviluppano istituzioni dedicate per il sollievo dei poveri (le borse dei poveri nelle comunità protestanti; le congregazioni di carità nei paesi cattolici).
Nell’Ottocento si passa alla repressione, per la prima volta con un riferimento ai minori (ammonizione o condanna da cinque giorni a sei mesi per i genitori o tutori che abbandonano alla mendicità i loro figli, o che prestano i loro figli ad altri perché li usino per mendicare). È una strada che viene proseguita dal regime fascista che nell’ottica di ordine pubblico con il Codice penale del 1930 punisce qualsiasi forma di mendicità prevedendola come una contravvenzione per tutti coloro che mendicano, e introduce una previsione specifica aggravata per la mendicità dei minori (arresto da cinque giorni a tre mesi per chiunque mendica in luogo pubblico; arresto da uno a sei mesi quando il mendicante faccia impiego di mezzi fraudolenti al fine di “destare l’altrui pietà”; arresto da tre mesi a un anno per l’impiego di minori nell’accattonaggio).
Dopo la Costituzione italiana del 1948, la Corte costituzionale è intervenuta su queste norme, ricordando in una sentenza del 1975 che quando una persona mendica indotta da uno stato di bisogno, può essere assolta per avere agito in stato di necessità e dichiarando con la sentenza 28 dicembre 1995 n. 519 incostituzionale la punizione della mendicità non invasiva che si risolve in una semplice richiesta di aiuto (è solo più punita la mendicità fatta con mezzi fraudolenti o servendosi di minori). In controtendenza la legge sulla sicurezza pubblica 15 luglio 2009 n. 94 di Berlusconi, Maroni e Alfano che ha fatto diventare l’impiego di minori nell’accattonaggio un delitto, alzando la pena (non più da tre mesi a un anno di arresto ma da sei mesi a tre anni di reclusione).

Ora dunque l’impiego dei minori in accattonaggio è diventato un delitto, e un delitto punito con una pena molto grave, a meno che non sia compiuto in stato di necessità perché nessuno può – e non è giusto – costringere qualcuno a morire.

Abbandonando questa recente visione repressiva, dobbiamo guardare alla mendicità in modo nuovo, risalendo alle cause. Per esempio, ricordiamoci che se i neri che a Pinerolo chiedono l’elemosina nei giorni di mercato ci disturbano, si tratta di uomini molti dei quali lavoravano regolarmente in Libia sovvenendo con le rimesse al mantenimento delle loro famiglie e che furono costretti alla fuga dalle missioni di bombardamento vero e proprio dell’Italia sulla Libia del 2011: 1.900 sortite, per un totale di più di 7.300 ore di volo, divise in “attacchi al suolo contro obiettivi predeterminati” (310), “neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (146) e “attacchi a obiettivi di opportunità” (fonte: “Missione Libia 2011 – Il Contributo dell’Aeronautica Militare”, edito dall’Aeronautica Militare – Edizione Rivista Aeronautica).
Incontrando dei mendicanti spesso viene da pensare: prendiamo provvedimenti, mettiamo dei regolamenti (di dubbia legittimità), allontaniamoli dalla nostra vista. Ma l’allontanarli non significa farsene carico per un cambiamento, ma semplicemente spostarli da altre parti. Così è avvenuto nella distruzione con le ruspe nel 1999 di un campo nomadi fra Torino e Venaria (descritta nel libro di Marco Revelli, Fuori luogo. Cronaca di un campo Rom, Bollati Boringhieri, Torino, 1999), pessimo esempio di crudeltà contro i poveri poi seguito ripetutamente in città come Milano e Roma: oltre ai traumi inferti alle famiglie cui sono state distrutte le roulottes, le masserizie e i vestiti. I figli, tornando da scuola, hanno scoperto di aver perso libri e quaderni e hanno dovuto ricominciare la vita in altro luogo (così avviene quando scoperchiamo un formicaio e ogni formica provvede anzitutto a mettere in salvo un uovo, per preservare la comunità). Anche i volontari non hanno più potuto aiutare nei campi le famiglie e i ragazzi allontanati, dei quali si occupavano.
Se vogliamo invece degli esempi positivi, i servizi hanno realizzato a Torino anche inserimenti delle famiglie zingare in case popolari e offerto aiuti occupativi; e il vescovo di Torino ha dedicato una bellissima lettera pastorale nel 2012 ai “Fratelli Rom” con indicazioni molto severe per gli amministratori. Questa è la strada giusta (non quella giudiziaria) per affrontare l’integrazione dei gruppi emarginati. Possiamo riflettere su questi temi e conoscere i risultati dell’operare su questo piano anche attraverso alcuni film: “All the invisible chidren” (Raicinema, 2006), film a episodi dove ogni regista ha trattato un aspetto dell’emarginazione infantile; e “Io, la mia famiglia e Woody Allen” di Laura Halilovich (trasmesso in seconda serata da Raitre e visibile su Youtube). La regista Laura, zingara di Torino di una famiglia fra le più povere fuggite dalla Bosnia, nata in Italia ma ancora senza cittadinanza italiana, è andata a scuola, è riuscita a cambiare la propria situazione; le è stato insegnato a fare cinema e a vent’anni è stata regista del suo primo film che descrive la sua storia ed è stato premiato. Si è tirata fuori: è l’esito di un lavoro di inclusione che ha dato frutto.
Il vero scandalo, che oggi a pochissimi purtroppo appare tale, è la presenza di campi nomadi che non sono provvisori: l’Europa ha già richiamato l’Italia, un’eccezione; solo qui esistono ancora campi da oltre mezzo secolo. Nei campi è difficile vivere, sopravvivere, integrarsi. È difficile anche dal campo trovare lavoro: alcuni nomadi hanno creato un mercato del riciclo: raccolgono, aggiustano, rivendono, si accontentano del poco ma non rubano; altri (una minoranza) compiono per sopravvivere dei piccoli furti; altri sono costretti a mendicare per sopravvivere. La nostra vita media supera gli ottanta anni; nei campi per gli zingari la media è di poco più di quaranta.
Per aiutare questi “poveri” ad uscirne le strade maestre sono due: da un lato la chiusura a breve termine dei campi con inserimenti degli abitanti in case (il campo di Pinerolo rimane una vergogna); dall’altra lavorare con le donne (che sono la colonna portante del mondo degli zingari) e sui piccoli. Si è puntato sulla scuola, per avere una frequenza dei bambini almeno per cinque giorni la settimana e per l’intero ciclo dell’obbligo, anche se è poi difficile per i ragazzi zingari mantenere il livello scolastico dei compagni quando devono fare i compiti o studiare nelle roulottes e la famiglia non è alfabetizzata. La scuola può però offrire accoglienza da parte dei compagni e un accompagnamento educativo da parte delle loro famiglie; i ragazzi zingari si potranno sentire accettati, apprezzati e così emergerà il positivo di cui sono dotati. Sia chi è genitore, sia chi si impegna nel sociale potrà fare molto. Occorre volontà di ascoltare e lavorare insieme, per non privare un bambino del proprio futuro.

Pensiamo perciò a forme di percorsi di inclusione sociale per evitare che i ragazzi siano feriti due volte, dalla propria famiglia che non può trasmettere strumenti di socializzazione esterni, e dal nostro contesto sociale stesso che alimenta pregiudizi e mostra verso di loro solo attese negative.
Il tempo, da solo, in questo caso non è il miglior medico: realtà di emarginazione ormai cronicizzate o recenti (gli zingari cacciati dal Kosovo o da Paesi dell’Europa orientale; i neri scappati ai nostri bombardamenti) vivono al nostro fianco. Si tratta di esseri umani, nostri contemporanei per i quali ancora non abbiamo trovato una soluzione.

Di fronte a bambini che mendicano, che fare? Ognuno apra gli occhi. Se si riconoscono dei minori di anni quattordici impegnati attivamente nell’accattonaggio, si può avvisare la Polizia municipale o i Carabinieri, i quali – in quanto si è in presenza di un reato procedibile d’ufficio – sono comunque tenuti ad agire (vedrà poi il magistrato se c’era uno stato di necessità); oppure si può, come hanno fatto vari parroci, consentire ai poveri di mendicare davanti alla chiesa a condizione di non tenere anche il bambino e, nello stesso tempo, attivare il volontariato parrocchiale per quel bambino. Ma poi, soprattutto, occorre aprire il cuore, cambiare lo sguardo, fare in modo che i piccoli nomadi non siano le vittime e che noi ci troviamo nei panni degli oppressori. È farisaico chiedere che vengano allontanati dallo sguardo senza cercare di intervenire a modificare la realtà come se essa, una volta spostata, non esistesse più.
Dove si trova oggi il bambino che era stato visto sotto i portici di Pinerolo nel freddo di un sabato dello scorso gennaio? Non lasciare mai solo un minore che si trova in stato di abbandono, cioè senza la presenza di un adulto al suo fianco, è dovere di ciascuno, come il soccorrerlo; o almeno lo si segnali affinché si possa venire poi incontro alla persona.
Ancora: non chiudiamo gli occhi al campo di sfruttamento ancora più vasto: quello della prostituzione. A Torino ci sono associazioni e corsi di specializzazione per i Vigili, volontari che si avvicinano.

Per la Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali, il referente, Enzo Gastaldi

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