“Eppure non risulta competitivo rispetto ad altre fonti” Riproponiamo di seguito un articolo di Angelo Tartaglia, apparso su Vita diocesana pinerolese nell’aprile 2009.

L’accordo recentemente sottoscritto tra governo italiano e governo francese per la realizzazione di quattro nuove centrali nucleari in Italia ha riavviato un dibattito rimasto sottotono per ventitre anni. Come più di vent’anni fa, peraltro la questione viene per lo più posta in termini ideologici con interventi a metà tra la disinformazione e la propaganda. Qui vorrei sforzarmi in poco spazio di puntualizzare gli elementi essenziali. Gli aspetti importanti per la scelta di ricorrere ad una o un’altra tecnologia sono essenzialmente due: l’economicità e l’impatto immediato e a lungo termine. Quanto al primo punto, il mito che continua ad essere presentato dai sostenitori è che l’energia nucleare sia a basso costo e virtualmente illimitata. In realtà negli Stati Uniti dal 1996 non sono più entrate in funzione nuove centrali, precisamente perché il kWh da esse prodotto non risulta competitivo rispetto a quello di altre fonti. Altrove generalmente il nucleare è stato sviluppato o avviato per motivi totalmente o parzialmente politici. Così è stato sicuramente in Francia e nel Regno Unito; così è stato in Cina e in India, e nei vari paesi emergenti che hanno costruito centrali in tempi recenti. In queste condizioni parte dei costi non risultano visibili perché socializzati, cioè scaricati sulle casse dello stato e per di più non contabilizzati (a differenza degli incentivi alle fonti rinnovabili). In Francia certamente sul costo finale del kWh non sono ribaltati che in modo molto annacquato i costi dello smantellamento delle centrali, una volta esaurito il loro ciclo vitale, e quelli della sistemazione definitiva delle scorie. Peraltro se tutto il mondo decidesse di rivolgersi al nucleare la durata delle riserve di uranio estraibile a costi ragionevoli durerebbero forse un secolo, più o meno come il petrolio. In queste condizioni il prezzo della materia prima si impennerebbe, come per inciso ha già cominciato ad avvenire: nel corso del 2008 il prezzo dell’uranio ha avuto una vistosissima impennata fino a metà anno per crollare successivamente, proprio come il prezzo del petrolio. Quanto agli impatti, il problema rilevante, trent’anni fa come oggi, è quello delle scorie. Queste ultime sono ineliminabili perché implicite nel processo di fissione, sono radioattive e restano pericolose per un tempo che si misura in decine di migliaia di anni. E’ possibile ridurre il valor medio della durata delle scorie passando dai millenni ai secoli senza che con questo la sostanza del problema cambi: etica e buon senso dovrebbero aver qualcosa da dire riguardo all’idea di sfruttare qualcosa per un paio di generazioni, lasciando poi una eredità negativa per migliaia (o magari “solo” centinaia) di generazioni. Non esiste oggi al mondo un solo deposito di scorie qualificato come “definitivo”. La realizzazione dell’unico previsto per gli USA (nella Yucca Mountain, nel deserto del Nevada) è stata sospesa dall’amministrazione Obama che ha dichiarato che cercherà altre soluzioni. Quello tra Francia e Italia è stato un accordo commerciale per consentire la vendita all’estero di tecnologie francesi, mentre nella madre patria il numero di centrali nei prossimi anni si ridurrà (dalle attuali 57+2 a forse una quarantina). Ciò avverrà perché le centrali francesi sono in massima parte prossime al termine della loro vita utile e non saranno rimpiazzate in ugual misura. Lo stesso e per gli stessi motivi, capiterà, a detta della IAEA (International Atomic Energy Agency), in tutto il mondo entro il 2020. Insomma il tema merita approfondimenti non banali, ma alla portata di chiunque, e non stanche o entusiastiche ripetizioni di slogan colpevolmente o ingenuamente disinformati.

Angelo Tartaglia

Professore di Fisica Generale alla facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino