4 giugno 2015

Ricorderemo il mese di maggio appena trascorso per alcune date non banali. A cominciare da quella del 9 maggio di 65 anni fa, quando venne lanciato il manifesto fondativo del processo di integrazione europea con la Dichiarazione Schuman che, a soli cinque anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, chiamava alcuni tra i principali belligeranti ad associarsi in una difficile impresa di solidarietà per ricostruire un’Europa in macerie e consolidare una pace ancora fragile.
Meno esaltante la ricorrenza del 29 maggio di dieci anni, quella del ‘no’ al “Progetto di una Costituzione per l’Europa”, respinto quella stessa Francia che della prima Comunità europea era stata tra i Paesi fondatori.
Questi i due eventi importanti del passato che hanno segnato nel bene e nel male la traiettoria del processo di integrazione europea: il primo all’origine della straordinaria avventura dell’integrazione continentale, il secondo una sua battuta di arresto dalla quale l’Unione Europea non si è ancora ripresa, complice anche una crisi che dura ormai da sette anni, prima finanziaria ed economica, poi sociale e politica e, in prospettiva, forse istituzionale.
Di quest’ultimo rischio è testimone la decisione della Gran Bretagna, ufficiale dopo il recente discorso della Regina, di indire un referendum per chiedere ai soli sudditi di Sua Maestà se vogliono che “il Regno Unito resti nell’Unione Europea”. E rivelano un mal di pancia sempre più acuto, anche se di segno politico diverso se non opposto, gli esiti elettorali di maggio in Spagna e Polonia, dopo quello britannico di inizio mese. Da non dimenticare nemmeno l’esito delle amministrative italiane di maggio: da una parte per la crescente astensione e, dall’altra, per i buoni risultati di due forze euroscettiche come i Cinque stelle e la Lega.
Avranno il loro bel da fare i responsabili delle Istituzioni comunitarie a comporre tutte queste spinte e controspinte in una proposta politica attesa da tempo e che adesso è diventata un groviglio del quale è difficile trovare il bandolo. Colpa di quanti – e sono tanti e per ragioni diverse – hanno rinviato da anni decisioni fondamentali, lasciando che il tessuto comunitario si logorasse, in una Comunità sempre più ampia ma sempre meno “comunità “, molto più un mercato che un’Unione, una somma di Stati presunti sovrani, dove l’unica autorità federale finisce per essere la Banca centrale europea, e limitatamente per i Paesi dell’eurozona.
In una situazione degradata come l’attuale tornano a farsi sentire le voci sagge di quanti spingono per un’accelerazione verso l’Unione politica (concordi in questo i nostri tre ultimi Presidenti della Repubblica) e quelle, sagge e coraggiose, di quanti possono liberamente esprimersi – come recentemente Enrico Letta – in favore di un’Europa a più velocità. Non senza aver prima fatto ogni tentativo per consentire a tutti i Ventotto di procedere insieme, ma anche senza obbligare nessuno a prendere decisioni controvoglia, anzi rispettando la pretesa sovranità di ognuno, lasciando la porta aperta a chi maturasse in seguito altre decisioni.
L’Unione Europea, sempre più disunita, è come un treno che rischia di finire su un binario morto, con troppi vagoni che frenano e nessuna locomotiva a tirare, salvo forse la Germania, tuttavia riluttante a farsene carico in modo esplicito e determinato. Che sua possa essere oggi un’inevitabile leadership non sorprenderebbe nessuno: meglio convenirne fra partner e adottare regole condivise con il manovratore.
Forse si capirà meglio dove si sta andando in occasione del Consiglio europeo di fine giugno, quando Germania e Francia – associata almeno tatticamente – presenteranno la loro proposta in vista di rafforzare l’eurozona e contrastare le pressioni di David Cameron per un depotenziamento dell’UE.
Di qui ad allora si può ancora sperare che l’Italia faccia sentire più forte la sua voce.

Franco Chittolina
bandiera-europa