4 novembre 2013

Per mesi siamo stati assillati dalle note del tormentone “Gangnam Style del rapper sudcoreano PSY. Fastidioso sì ma, tutto sommato, innocuo. Molto meno innocuo è, invece, il “mafia style” che dilaga anche nel profondo nord, fino ai piedi delle alpi.

Scriveva Umberto Galimberti una decina di anni fa: «In Italia la lotta alla mafia non sarà mai vinta, perché la mafia non è altro che la versione truculenta del costume diffuso, dove la parentela, la conoscenza, lo scambio di favori, in una parola, la rete “familistica” ha il sopravvento sul riconoscimento dei valori personali e sui diritti di cittadinanza».

Questo pessimo “costume diffuso”, sia chiaro, non è un reato, ma un costume, appunto.

Un pessimo “style” fatto non solo di favori ma anche di velate intimidazioni e minacce, di porte chiuse e di muri di gomma. Così chi non è del giro, chi non è amico di…, chi collabora con… si trova tagliato fuori e tal volta anche boicottato più o meno platealmente.

Diventa così impossibile proporre e proporsi, nonostante l’oggettiva bontà di idee e progetti.

Si tratta di un “bullismo per adulti”, speso in campo politico, commerciale e lavorativo contro il quale quasi nessuno si attiva. Ma è un malcostume che inchioda l’economia e la vita sociale, a solo vantaggio di pochi prepotenti.
È il “mafia style”. E a noi non piace per niente!

 

P.R. 

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