13 gennaio 2015

Esistono nomi di luoghi che, prima perfettamente sconosciuti ai più, salgono d’un balzo agli onori della cronaca, se non addirittura della storia.

Ci sono voluti i “Promessi sposi di Manzoni per portare la nostra attenzione sul piccolo borgo francese di Rocroi, dove nel 1643 la storia d’Europa svoltò dalla dominazione militare spagnola a quella francese e c’è voluto il mito di Napoleone per ricordarci che, non lontano di lì, nella sconosciuta pianura di Waterloo, l’Europa conobbe nel 1815 un’altra storica svolta.

Oggi  altri due luoghi, sconosciuti o quasi, premono per entrare nella storia d’Europa: quello di Schengen, minuscolo comune del piccolo Lussemburgo, e un ponte, quello di Oresund, che collega Svezia e Danimarca, Malmoe e Copenaghen, il più lungo d’Europa, inaugurato nel 2000.

Quei due nomi hanno movimentato cronache recenti e sono candidati a entrare anch’essi nella storia d’Europa: sono già diventati due simboli dell’Unione Europea, il primo per aver tenuto a battesimo la libera circolazione delle persone con l’abolizione dei controlli alle frontiere interne, il secondo trasformatosi da ponte in un muro, a separare due Paesi con una lunga tradizione di scambi, oggi minacciata dal ristabilimento dei controlli alle frontiere tra Svezia e Danimarca, con un pericoloso “effetto domino” di frontiera in frontiera nell’UE.

A Schengen, il 15 giugno 1985, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo avevano firmato un Accordo che introduceva per la prima volta il principio di frontiere comuni esterne e l’abolizione delle frontiere interne: oggi quello spazio di libera circolazione interna si è allargato a 26 Paesi,  dei quali 22 dell’Unione Europea. Questo almeno in linea di principio e, si sa, i principi spesso soffrono di deroghe, talvolta fino al punto di essere vanificati. È quello che rischia di accadere per quell’Accordo se l’UE non corre rapidamente ai ripari, non indebolendo quel principio, ma rafforzandone e completandone l’applicazione.

L’inattesa ondata di flussi migratori nel 2015 con oltre un milione e mezzo di migranti nell’UE, la forte pressione alle sue frontiere orientali e meridionali, l’irruzione di gravi episodi terroristici in Francia, le recenti violenze contro le donne in Germania stanno alimentando un clima politico tentato dallo smantellamento di quell’Accordo, uno dei simboli delle conquiste realizzate dal processo di integrazione europea.

La vicenda del ponte di Oresund, tra Svezia e Danimarca, è uno dei tanti passi già compiuti in questa direzione, prima dalla Francia e tradottisi poi in muri e reticolati, in particolare sulle frontiere orientali dell’UE, a cui si aggiunge adesso la sospensione di Schengen sulle frontiere settentrionali della Scandinavia, una regione fino a poco tempo fa celebrata come terra di democrazia e libertà.

Al di là delle facili strumentalizzazioni ad opera dei populisti alla Salvini, Le Pen, Farage & C., non si può negare che esista un “problema Schengen”. Soltanto che il problema non deriva dall’applicazione di Schengen, ma dalla sua parziale mancata applicazione, in particolare per quanto riguarda la scarsa collaborazione tra le diverse forze di sicurezza nazionali e l’insufficiente rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne, come richiesto dall’Accordo di Schengen.

Si tratta di omissioni alle quali cerca tardivo riparo la Commissione che, sotto una pressione migratoria imprevedibile al momento della firma dell’Accordo, ha formulato adesso la proposta di un’inedita forma di “diritto di intervento” dell’UE alle sue frontiere esterne. La proposta della Commissione prevede l’impiego a regime di un migliaio di agenti per una nuova Agenzia di guardie di frontiera e guardiacoste, chiamata a collaborare con le autorità nazionali su frontiere particolarmente vulnerabili. La proposta ha sollevato non poche resistenze da parte dei Paesi membri, in nome di un’obsoleta sovranità nazionale, riproponendo il vecchio copione dello scaricabarile, con l’attribuzione di responsabilità per la sicurezza all’UE, senza darle la possibilità di esercitarle. È un gioco vecchio, che tanto male ha già fatto, e continuerà a fare, a quello che resta dell’Unione Europea.

Franco Chittolina – AGD

 

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