Giornata mondiale dell’infanzia 2013

La morte è inevitabile. È l’evento più naturale e sicuro che esista, eppure in tutti i modi cerchiamo di esorcizzarla. Cerchiamo di tenerla lontana in un oggi dove, paradossalmente, attraverso i mass media arrivano quotidianamente a casa nostra notizie di guerre e massacri, dove ogni videogioco è basato sull’uccisione del maggior numero possibile di personaggi per poter “superare il livello”.

Spesso i bambini vengono tenuti il più possibile da parte quando c’è un lutto; si cerca di non pronunciare la parola morte di fronte a loro, di non coinvolgerli nei riti quali il funerale, di fingere che tutto sia come prima, che non stia accadendo nulla e quando è necessario rispondere alle loro domande si utilizzano immagini che sembrano addolcire la situazione. Lo si fa a fin di bene, pensando che sia meglio risparmiare il più a lungo possibile l’esperienza della sofferenza, ma in realtà tutto questo crea confusione, solitudine e rabbia.
I bambini hanno una grande sensibilità verso il mondo che li circonda, in particolare nei confronti delle proprie figure di riferimento e questo è tanto più vero quanto più il bambino è piccolo, proprio perché il suo verbale non è ancora del tutto sviluppato e perché è maggiormente dipendente da tali figure e dal contesto in cui sta crescendo. I bimbi sono attenti ai gesti, alle espressioni del viso, al respiro di chi sta loro parlando, per questo si accorgono quando non c’è armonia tra ciò che viene detto e ciò che si vive. Dire che non sta succedendo nulla quando in cuore si è disperati per la perdita di una persona cara è una bugia che crea confusione nel bambino che invece ha bisogno di essere accompagnato con semplicità ed onestà nel saluto di chi è morto.
Il bambino ha bisogno di capire che cosa significa che l’altro è morto, in base alla propria età e al proprio sviluppo emotivo, ma in ogni caso deve essergli spiegato che non vedrà più quella persona, che il suo corpo ha smesso di funzionare, che non è “andata via” o non si è “addormentata”, perché queste spiegazioni sono pericolose: «se è andata via, forse non mi vuole più bene, o forse domani torna»; «se si è addormentata, anche io quando chiudo gli occhi per la nanna muoio». Per difenderli, si rischia invece di dare spazio alle loro fantasie, al senso di colpa, alle false attese. C’è invece bisogno di risposte chiare e concrete, che li rassicurino, che spieghino loro che non è colpa di nessuno, che la persona non tornerà; per questo sono molto preziosi i riti, anche questi spiegati e partecipati.
Il bambino necessita di capire cosa sta succedendo intorno a lui, innanzitutto nella “concretezza” (per esempio la descrizione di cosa succederà: l’arrivo di tante persone per salutare il defunto, le preghiere, i fiori,..), nella dimensione “relazionale” (per esempio chi farà con lui le cose che prima faceva con la persona che è morta) e nella dimensione “emotiva”: non è infatti cercando di controllare o di nascondere le emozioni che si impara a conoscerle e a gestirle, bensì nominandole e condividendole, così il bambino imparerà a non averne paura o vergogna e a parlare dei propri sentimenti.
L’importante è creare con lui un dialogo attento, caldo, autentico di cui si fidi e grazie al quale si senta autorizzato a chiedere, ad esprimere dubbi e paure. Certo, non sempre sarà in grado di farlo “a parole”, ma si potranno utilizzare con lui svariati strumenti, come il disegno, la favola, il gioco.
L’importante è essere sinceri e permettergli di essere se stesso, con o senza le lacrime, nel rispetto dei suoi tempi e dei suoi modi di elaborazione del lutto.

Stefani Raimondo

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