Di fronte al valore e alle “malattie” del sistema democratico

La politica deve essere un impegno per la giustizia e per creare così le condizioni di fondo per la pace. È con queste parole di Benedetto XVI che la storia contemporanea è entrata nel tempo della nuova progettualità, dove l’idealismo deve cedere il passo al realismo. Voglio porre come tema di discussione il concetto delle vecchie e nuove democrazie. Si tratta di porre attenzione ai valori umani quali l’onestà e la creatività intellettuale, capace di farsi promotrice di un vero e proprio rinnovamento ed impegno degli uni verso gli altri. A tale opera sono chiamati principalmente tutti coloro che svolgono un ruolo di responsabilità nelle diverse realtà istituzionali, dal Parlamento alle assemblee territoriali. È sempre Benedetto XVI che invita il politico a non anteporre nulla alla ricerca del diritto, via privilegiata per combattere logo repubblica italianal’ingiustizia. Non si tratta di essere semplice esecutore di norme, ma credibile servitore della promozione della dignità dell’uomo e dell’umanità minacciata da leggi ingiuste e imposte, talvolta anche da maggioranze assembleari. Solo una formazione giuridica animata da un profondo senso della giustizia potrà rendere il politico capace di prendere decisioni significative per la crescita della comunità sociale. Il termine democrazia, com’è noto, deriva dal greco «demos», che significa «popolo», e dal verbo «krateo», che vuol dire «dominare».

La democrazia è una realtà vulnerabile. Se non viene attuata in base a saldi principi, norme precise, condivise, non eludibili, rigorosa applicazione delle regole, il suo valore può mutare. Si può trasformare in un misto di anarchia e tirannide. Il demos – popolo – rimane in balia di krateo – il dominio.
Una democrazia debole, costruita su contrapposizioni ideologiche, ingannando gli elettori con liste preconfezionate, porta all’esclusione delle persone oneste dall’attività politica; favorisce l’ascesa al potere della malavita organizzata; aumenta collusione ed interessi di parte. E questo è ciò che sta di fatto accadendo. Ho sempre pensato che uguaglianza non è sperequazione di trattamento tra una gran parte del popolo lavoratore ridotto alla disperazione e coloro che sono stati eletti a rappresentarlo. La nostra democrazia a mio avviso è il luogo dove tutti sono d’accordo nell’essere in disaccordo. Ma oggi più che mai, i partiti lo sanno bene, più che l’avversario politico c’è da battere l’astensionismo, da quasi 40 anni vera spina nel fianco della classe politica e termometro dei rapporti tra istituzioni e cittadini, che nel tempo con lo sbiadirsi delle ideologie politiche si sono fatti sempre più critici, con una crescente sfiducia dell’elettore nei confronti della politica. Ma perché oggi la gente non vota? Una risposta è che le elezioni per molti non hanno valore e che nulla cambierà. Perché i politici spesso sono tutto ed il contrario di tutto. L’astensionismo, sia contingente sia strutturale, può essere passivo, ci si astiene per disinteresse verso la vita politica; o attivo, cioè si esprime il proprio impegno attraverso forme di partecipazione diverse se non opposte o addirittura ostili rispetto a quelle tradizionali della politica. L’astensione attiva esprime distacco dalla vita politica ma non da quella pubblica. Politico e pubblico si somigliano ma non sono la stessa cosa. Si può impegnarsi politicamente, iscrivendosi, avvicinandosi a un partito e sostenerlo con il voto, o pubblicamente, portando, aggiungendo un contributo più largo che non si esaurisce nel recarsi più o meno ogni cinque anni alle urne. Il voto non è solo un diritto, ma anche un dovere. È solo con il voto che ognuno di noi da un senso vero e democratico alla propria appartenenza politica e alla propria esistenza. Per questi motivi la politica non può e non deve essere snobbata o qualunquisticamente criticata. «Libertà è partecipazione» diceva in una bella canzone Giorgio Gaber. Io credo che dobbiamo ripartire da lì.

Stefania Parisi