AGD  novembre 2013

Libertà di espressione, reciproco rispetto nel confronto delle idee, censura… La vicenda della «Scuola per genitori» del Faà di Bruno ha sollevato questioni e problemi che vanno oltre gli aspetti della cronaca (il lancio e la successiva sospensione dell’iniziativa di un corso sui temi dell’omosessualità proposto ai genitori della scuola materna torinese). Le reazioni e il dibattito apertosi in città indicano che si è toccato un punto delicato ed evidenziano alcuni aspetti su cui merita soffermarsi.
La «Scuola per genitori» aveva proposto il ciclo mettendo in programma interventi di persone che si trovano al centro di un dibattito più generale sull’omosessualità e l’omofobia, che tocca in questi giorni il Parlamento italiano e altri Parlamenti europei. Contro le scelte compiute dalla direzione della scuola si è subito alzato un «muro di parole» che non si limitava a contestare tali scelte ma sembrava arrogarsi un «diritto» che invece non è scritto da nessuna parte: quello, cioè, che a parlare di omosessualità sono abilitati soltanto coloro che hanno ottenuto una qualche approvazione preventiva da alcune «istituzioni» culturali e politiche espressione dei movimenti omosessuali o dei loro simpatizzanti. È questo il punto inaccettabile: l’art. 21 della Costituzione garantisce a tutti i cittadini la «libertà di espressione», cioè la possibilità di compiere e dichiarare le proprie scelte culturali (e politiche) al di là di qualunque censura.
È qui che bisogna distinguere, con attenzione e discernimento, tra ciò che la legge garantisce e le sensibilità che la libertà di espressione può andare a urtare. È qui che, in tempi come i nostri, si fa fin troppa confusione tra «reato» e «peccato». La stagione politica e culturale italiana è troppo spesso avvelenata da polemiche che nascono artificialmente e che sembrano avere un solo obiettivo primario: quello di portare alla ribalta certi «maitres à penser», sempre gli stessi, ai quali piace molto presentarsi come deputati a interpretare e giudicare le opinioni di tutti, e le vite degli altri. Vogliamo parlare di «lobby»? Vogliamo dirci che, intorno a certi problemi, eticamente sensibili o – più banalmente – stuzzicanti per i comportamenti sessuali, ci sono opinioni dominanti contro le quali è difficile andare, pena l’essere trascinati di fronte a un «tribunale morale», sempre quello, che fonda la propria autorevolezza non sulla legge scritta ma sulla capacità di diffondere e imporre i propri gusti e le proprie sensibilità?
In questo tipo di scontri la Chiesa in Italia è uscita quasi sempre «sconfitta», nel senso che i pareri, gli orientamenti espressi dai vescovi o dal Papa su queste materie, ancor prima di essere ascoltati e discussi, vengono giudicati vecchi e noiosi e prontamente archiviati. Ora però è arrivato Francesco: che dice le stesse cose in modi molto efficaci, illuminando un «sentire della Chiesa» che forse prima rimaneva in ombra, e riportando in primo piano la questione dell’umanità (e dell’umanesimo) rispetto a quella della legge. Si è visto subito che Francesco non piace agli «atei devoti», che lo hanno anche scritto a chiare lettere. Noi sospettiamo che non piaccia troppo neppure a certi tromboni dei tribunali morali: perché con lui hanno perso una delle migliori armi retoriche a disposizione, quella appunto di avere una bussola sicura, un «nemico» riconoscibile…
Per tornare alla questione dell’omosessualità e del corso per genitori: bisogna dire con chiarezza che in questo Paese, malgrado tutto, nessuno ha il diritto di esercitare una censura preventiva sulle parole e sulle iniziative altrui. Soprattutto, e più sottilmente, occorre ribadire che non esiste «un solo modo» per affrontare le questioni, qualunque esse siano: perché il rischio vero insito nelle censure e nelle lobbies consiste proprio in questo, che alla fine rimane un solo modo di guardare alla realtà, e di vivere la vita, quello espresso dalla «cultura» dominante. Così tutti i problemi
si semplificano, i distinguo diventano inutili e l’unica «libertà» che rimane è quella di schierarsi, senza più permettersi il lusso di ragionare e discutere. Il grande successo del relativismo – culturale, religioso – si fonda propriamente su questo assunto: che tutte le convinzioni, anche quelle religiose, sono uguali e dunque tutte sono ugualmente inutili e non importanti! Ben diversamente intendeva la libertà di espressione Voltaire («le mie idee sono del tutto contrarie alle tue, ma difenderò fino all’ultimo la tua possibilità di esprimerle»…). Persino un radicale come Silvio Viale, certo non
sospetto di simpatie o collusioni con la Chiesa istituzionale o le posizioni tradizionaliste, lo ha ricordato e lo ha dichiarato («Repubblica», 3 novembre). Lasciamo da parte, poi, i fautori della «rappresaglia» che, profittando dell’occasione, si sono lanciati a chiedere la sospensione dei contributi alle scuole paritarie o, in alternativa, il «controllo politico» sulle iniziative educative degli istituti cattolici…
Anche la sospensione del corso, decisa autonomamente dai responsabili del Faà di Bruno, si colloca in questa prospettiva, come ha ricordato la diocesi di Torino nel suo comunicato: «Proprio per sottolineare la volontà di non alimentare contrapposizioni artificiose e strumentali è da apprezzarsi anche la decisione dell’Istituto di sospendere l’iniziativa nella specifica modalità individuata dalla ‘Scuola per genitori’, mantenendo invece ben fermo l’impegno a continuare la riflessione e l’approfondimento dell’informazione intorno ai temi della persona, della coppia, della famiglia. Queste realtà sono infatti riferimenti centrali della vita cristiana e la scuola cattolica ha il diritto-dovere di educare ai valori fondamentali di questa visione umana e cristiana secondo la legge naturale illuminata dalla Parola di Dio e dall’insegnamento della Chiesa».
Se c’è una «lezione» da trarre da questa vicenda è, ci pare, quella di un forte richiamo per tutti a «vigilare»: non tanto e non solo sulle iniziative «politicamente scorrette» o su presunte provocazioni: ma sul patrimonio comune che condividiamo, in quanto cittadini. Il patrimonio della libertà e di quei valori minimi (che minimi non sono) condivisi, del profondo rispetto delle persone e delle idee altrui, su cui si fonda la libertà e la dignità di ciascuno di noi.

Editoriale Voce del Popolo

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