Agensir aprile 2014


Le app permettono di essere connessi tutto il giorno, immersi in un vortice di comunicazione continua, ma possono lasciare afoni, quasi non fossimo che l’hardware su cui far girare tutti questi software

Suona la sveglia. Nel buio della stanza una mano esce dalle coperte ed esplora il comodino per spegnerla. Il dito scorre sulla tastiera touch e la stanza torna nel silenzio. La sveglia non è che la prima app di una normalissima giornata 2.0. Niente orologio tondo, niente levette da caricare. Mentre la moka scoppietta sul fornello, la “modalità aereo” va off e si torna a essere connessi col mondo, l’aroma del caffè si confonde con le vibrazioni di messaggi, email, notifiche varie. Prima di uscire, un occhio fuori dalla finestra per vedere che tempo fa, l’altro sullo smartphone per controllare l’app meteo ed evitare sorprese, una mano si occupa di calzare le scarpe, l’altra di aggiornare la schermata per sapere tra quanto arriverà il prossimo bus.

Una giornata di app. Alla fermata un capannello in attesa. Nessuno chiede se si sa quando arriverà l’autobus. La risposta si può trovare in un touch, perché sprecare parole? E chi non ha la app… potrebbe anche scaricarla, è il 2014. Appurato che mancano 5 minuti e che il pullman è geolocalizzato a tre fermate dalla propria, ci si può concentrare sulle email: pubblicità, qualche newsletter, un paio di conversazioni e-pistolari. Una volta a bordo musica on, spazio ai messaggi, se c’è traffico lungo il tragitto ci scappa un’occhiata veloce a una delle tante app di informazione per leggere le notizie principali. Giunti al lavoro, le app non smettono di richiedere considerazione: c’è il calendario con i promemoria, c’è la calcolatrice, c’è il taccuino in formato digitale per prendere appunti, registrare audio, fare foto simultaneamente e trovare il tutto un istante dopo sincronizzato sul computer, ci sono perfino applicazioni che vibrando ricordano di non stare troppo alla scrivania. In riunione il telefono è bandito… ma le app no, soprattutto se si tratta di quella che permette di disattivare la ricezione di chiamate e di inviare in automatico il messaggio “sono occupato”.

Svago. Usciti dall’ufficio, tempo di spesa. La tradizionale lista non è più su carta raffazzonata, ma su uno schermo con check box per spuntare quello che si è già preso, mentre con un’altra app si scorrono i prezzi dei supermercati vicini. Nel tempo libero le app continuano a fare compagnia. Una permette di scegliere dove mangiare al volo nelle vicinanze, un’altra dà orario e puntualità dei treni, un’altra ancora consente di fare il check in dell’aereo anche in coda per l’imbarco, poi basta appoggiare lo smartphone sull’apposito lettore e si sale a bordo. Grazie alle app si possono conciliare il battesimo la domenica pomeriggio e le partite della serie A, rimanendo aggiornati in tempo reale su marcatori e risultati. Così gli stadi calcistici possono finire su Facebook e Twitter in contemporanea alle foto con il bimbo al ristorante. Una mano sul telefonino, una sulla torta senza preoccuparsi di esagerare a tavola perché ci pensano le app a valutare quante calorie abbiamo trangugiato, quanti passi abbiamo fatto nell’arco della giornata e perché no di che umore siamo (sì, ci sono app anche per sapere se si è felici o tristi). E se si alza troppo il gomito? Esiste l’app che con un test capisce se è il caso di bloccare il telefono onde evitare l’invio di messaggi sconvenienti.

Atoni. Grazie alle app tutto è sotto controllo o così pare. Il Gps con qualche veloce digitazione calcola itinerari precisi al metro e trasforma qualunque turista in un esperto del posto, Wikipedia ha informazioni per ogni monumento, lo smartphone ascolta una canzone bellissima mai sentita prima e informa di titolo, autore, testo, casa discografica, inquadrando una porzione di cielo rivela se si sta guardando una stella o un pianeta. Non ci sono più misteri. Già. E’ bello e confortante avere la soluzione a quasi tutto nella propria mano, ma qualche volta non dispiacerebbe provare il brivido di perdersi, a un bivio non sapere se andare a destra o sinistra. Decidere da soli se una scultura è un capolavoro, alzare gli occhi al cielo e farsi sorprendere dalla volta celeste immaginando costellazioni inesistenti. Quante scoperte meravigliose nascono da abbagli clamorosi? Quante intuizioni da fantasticherie per ingannare il tempo alla fermata del bus? Quante storie da due parole scambiate con una sconosciuta? Le app permettono di essere connessi tutto il giorno, immersi in un vortice di comunicazione continua, ma possono lasciare afoni, quasi non fossimo che l’hardware su cui far girare tutti questi software. Pensieri peregrini nati quando il telefono è in carica e si contempla il silenzio della notte prima di andare a letto. Sarebbe perfetto se piovesse e le gocce di pioggia ticchettassero sulla finestra. Per fortuna ho una app con i suoni dei temporali, mi concilierà il sonno. Forse domani smetto. Ho letto di una app che permette di disattivare le altre app.

 

Giuseppe Del Signore

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