Intervista a Salvatore Ameduri su lavoro, occupazione e povertà nel nostro territorio Mancano investimenti: «Le amministrazioni locali si caratterizzano per assenza di progettualità»

Salavatore Ameduri, 65 anni, residente a Pinasca, ex sindacalista CISL, da circa un anno e mezzo è il responsabile dell’Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro della nostra diocesi.
Iniziamo con uno sguardo generale alla situazione lavorativa nel pinerolese.

Sicuramente stiamo vivendo un momento delicato. Il nostro territorio, dal punto di vista occupazionale, si basava sul manifatturiero, perciò, da quando il settore è andato in crisi, stiamo pagando uno scotto maggiore rispetto ad altre zone geografiche. Pinerolo e le sue valli hanno vissuto di rendita fino a pochi anni fa, in quanto esisteva una serie di grandi aziende che garantivano occupazione; però, via via, i loro centri direzionali sono passati da qui ad altri paesi, con la conseguenza dell’impoverimento del territorio locale. Per contro, nel pinerolese è mancata un’elaborazione progettuale seria che potesse indirizzare su dei percorsi di crescita e di sviluppo, attraverso riflessione, investimenti e iniziative condivise che riuscissero a portare ad alternative occupazionali valide. Mentre a inizio secolo varie aziende si impiantavano qui da noi perché la zona era ricca di corsi d’acqua (e, quindi, garantiva energia a basso costo), oggi essa offre una scarsa attrattiva. Una decina di anni fa ci fu una grande possibilità di sviluppo, costituita dall’idea dei “patti territoriali”: purtroppo, non venne colta. Ogni tanto qualcuno propone la costituzione di “stati generali” del lavoro, ma concretamente si muove ben poco. Anche la politica finora non si è molto preoccupata del futuro del territorio dal punto di vista lavorativo. Le amministrazioni locali si caratterizzano per assenza di progettualità, a differenza delle scelte che attuano nei settori urbanistico e commerciale.

Il nostro può essere definito un territorio ricco?

Finora abbastanza. Il problema sarà il futuro, perché rischiamo di mangiarci la ricchezza prodotta finora, se non prevediamo investimenti. Cito un dato di un paio d’anni fa, non ancora superato: a fronte di una buona disponibilità, abbiamo il più basso tasso di investimento sul territorio da parte dei locali. Insomma, la maggior parte delle persone tiene i soldi sotto il cuscino! Non a caso, si noti la capillarità della presenza di banche e uffici postali nella nostra zona, a cominciare dalla città di Pinerolo. La situazione è doppiamente grave: le risorse ci sono, ma non si sa come impiegarle.
Il problema costituito dalla crescente disoccupazione.
I dati (aggiornati al 3 novembre 2010) parlano di 8017 disoccupati nel territorio pinerolese (considerando tali coloro che si sono iscritti al Centro per l’Impiego, dando disponibilità immediata a un lavoro). Comincia a essere un dato significativo. Se ne parla di tanto in tanto, ma non si mette in piedi alcuna iniziativa per far fronte al problema. Un’altra fascia di problematica è la seguente: dal 1995 l’occupazione è salita (non che trovare un lavoro fosse facile, ma quantomeno realisticamente possibile). Nel 2008/2009, invece, ci fu un vero e proprio “tsunami”: improvvisamente, l’occupazione crollò. Nel 2009/2010 abbiamo visto qualche lieve segnale di ripresa, ma siamo ancora lontani dall’aver recuperato: ci vorranno alcuni anni. Un altro aspetto: i contratti lavorativi che si stipulano oggi sono peggiori rispetto a quelli del passato; infatti, sono aumentati in maniera esponenziale i contratti di somministrazione di lavoro (ex interinali), quindi a tempo determinato. I rapporti di lavoro a tempo indeterminato sono ormai una vera e propria rarità. Nell’anno 2007/2008 (prima della crisi) nel pinerolese, su circa 11.000 contratti di avviamento al lavoro (cifra comunque non corrispondente alle persone), circa 2000 erano a tempo indeterminato. Nel 2009/2010, su circa 9.000 avviamenti, ci sono stati 1671 contratti a tempo indeterminato. In sintesi, è diminuita la durata dei rapporti lavorativi e, di conseguenza, è aumentata la precarietà.

Giovani e mondo del lavoro.

Si può dire che il pinerolese stia ampiamente nella media nazionale (tra il 26 e il 27% di giovani disoccupati, tra i 20 e i 29 anni). La precarietà giovanile oggi è particolarmente sentita come problema, perché prima non la si avvertiva: era tutto sommato agevole, per un giovane appena uscito dall’università o da altre agenzie formative, trovare un’occupazione soddisfacente in tempi abbastanza rapidi. Bisogna purtroppo costatare che una parte della generazione attuale rischia solamente di “sfiorare” il lavoro.

Quali ricadute provoca la crisi occupazionale sul mondo della povertà?

La ricchezza del territorio pinerolese non è, ovviamente, ripartita con equità. Quando il lavoro c’era, una famiglia con due genitori occupati aveva la possibilità di mantenere un certo livello di vita. Oggi, con l’acuirsi della crisi, questo non è più così scontato; inoltre, nascono situazioni un tempo impensate (ad esempio, famiglie in cui entrambi i genitori sono cassintegrati) e, quindi, nuove forme di povertà, che sempre più vanno a toccare quella classe media che costituiva l’elemento portante dell’economia, per consumi e stili di vita. Ai poveri che tradizionalmente fanno riferimento alle parrocchie o alle Caritas diocesane, si sono aggiunti i “nuovi poveri”, che portano con sé drammi inimmaginabili; inoltre, molti di essi, davanti a iniziative di aiuto, non osano presentarsi a ritirare il pacco di viveri.

Circa le problematiche del lavoro e della povertà, la diocesi di Pinerolo come si sta muovendo? C’è qualche iniziativa in cantiere?

Molte sono le iniziative da parte della Caritas diocesana. In particolare, sta partendo il programma “Dieci talenti”, che prevede una convenzione con la fondazione “Don Mario Operti” di Torino, per avere un piccolo prestito a favore di quelle persone che hanno in mente un certo tipo di lavoro ma non possiedono i mezzi economici per intraprenderlo. La fondazione, dopo avere approvato il progetto presentato, può concedere prestiti fino alla cifra di 30000 euro, per l’avvio di piccole imprese o botteghe artigiane. Ogni progetto è esaminato da rappresentanti del mondo dell’artigianato e di quello bancario e finanziario.

Chiudiamo con una domanda inevitabile in questo periodo: un parere sul referendum di Mirafiori.

Inizio con il dire che, quando le cose accadono in Fiat, assumono tutto un altro significato. Infatti, esistono caterve di accordi paragonabili a quello firmato di recente, ma, non parlandone giornali e tv, sembrano non esistere. Io sono tra i responsabili pinerolesi del lavoro domenicale in manifatturiera: all’epoca si fece questa scelta per avere, in cambio, maggiori investimenti occupazionali sul territorio. Mi sono fatto una lunga esperienza sindacale in un settore considerato di retroguardia. Il fenomeno della delocalizzazione lo abbiamo affrontato senza la luce dei riflettori, anche se i vescovi del Piemonte presero posizione contro il lavoro domenicale: però si trattava di scegliere non tra un valore e un disvalore, ma tra due valori (il lavoro femminile in vallata e il riposo domenicale)! Tornando allo specifico del referendum FIAT, mi guardo bene dall’affermare di conoscere nei dettagli l’accordo stipulato, ma il mio parere è sicuramente positivo, in quanto è una decisione che ha salvato il valore del lavoro e, di conseguenza, quello delle famiglie. La mia firma è su un mucchio di accordi di quel tipo, quindi non posso che essere soddisfatto per la vittoria del “sì”.

Vincenzo Parisi L'interno del Lingotto