15 settembre 2015

Doveva parlare dello “stato dell’Unione” il presidente della commissione UE, Jean Claude Juncker, davanti al Parlamento europeo la settimana scorsa a Strasburgo.

Il meno che si possa dire è che ne ha parlato con franchezza, denunciando ripetutamente che “Non c’è abbastanza Europa in questa Unione e non c’è abbastanza Unione in questa Europa”. Più chiaro di così era difficile.

Pronunciare parole come queste nel complicato emiciclo di Strasburgo non è solo coraggioso, è anche contemporaneamente la rivendicazione di un ruolo politico da parte del Presidente e della sua Commissione, come Juncker ha sottolineato, ricordando che il suo mandato è stato tenuto a battesimo dall’esito delle elezioni europee dello scorso anno.

Un messaggio mandato alle altre Istituzioni comunitarie: al Parlamento europeo, ma soprattutto ai governi che si muovono in ordine sparso, con poco senso dell’Unione e scarsi riferimenti ai valori costitutivi dell’Europa e alla sua tradizione di solidarietà ed accoglienza.

Inevitabile che l’argomento centrale, tra i molti proposti dall’attualità mondiale, fosse quello dell’immigrazione, sulla ripartizione vincolante dei profughi, sulle regole che dovranno governarla, nella prospettiva di una politica comune dell’immigrazione.

Nel nuovo clima creatosi in Europa dopo la svolta, non priva di calcoli economici, di Angela Merkel, la Commissione ha colto la palla al balzo e si è ripresa quel “diritto/dovere di iniziativa”, riconosciutele dai Trattati, ma da tempo in pericoloso letargo.

E l’ha fatto non solo per ragioni strettamente giuridiche, ma soprattutto manifestando una vigorosa volontà politica.

Sicuramente molto buona volontà, scontratasi per ora con le divisioni tra i ministri degli interni dei Paesi membri, responsabili di un ennesimo rinvio e di un’immediata, anche se parziale, chiusura delle frontiere.

Il richiamo alla nostra civiltà dell’accoglienza spesso calpestata e all’accoglienza degli altri (come il Libano, che ospita rifugiati pari al 25% della sua popolazione e l’Europa appena lo 0,11%) è stata una frustata ai populismi europei e ai governi che da questi si lasciano paralizzare.

Ma fermarsi all’accoglienza non basta: “la nostra politica estera dev’essere più decisa. Non possiamo più permetterci di essere indifferenti o disuniti di fronte alla guerra o all’instabilità che infierisce alle nostre porte”, come in Siria e in Libia. Soprattutto, come ha ricordato il presidente Mattarella nel suo recente intervento di Cernobbio, non possiamo fermarci a una “politica emergenziale” in nome dell’urgenza: è necessaria una strategia di lungo periodo e di visione ampia.

Anche per questo Juncker non si è sottratto ad affrontare altri temi spinosi, come l’attivazione dell’accordo di agosto con la Grecia, alle prese con nuove elezioni il prossimo 20 settembre, anche perché nessuno si fa illusioni che il problema sia definitivamente risolto e, insieme a questo tema, l’uscita dalla crisi economica per l’Unione ancora segnata da una crescita troppo debole, come continua a ripetere il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi.

Non sono mancati i richiami ai rischi che si profilano per l’Europa con il referendum britannico e con l’irrisolta vicenda ucraina, per poi concludere con un vigoroso impegno dell’UE nella lotta contro i cambiamenti climatici.

L’appuntamento di Parigi a dicembre di tutti i leader mondiali sul tema vede l’Europa in prima linea: per essa la priorità è quella di “adottare un accordo mondiale che sia ambizioso, solido e vincolante”, convinti che “la lotta contro i cambiamenti climatici non sarà vinta o perduta con i dibattiti a Bruxelles o a Parigi. Lo sarà sul terreno e nelle città dove la maggior parte degli europei vivono, lavorano e consumano circa l’80% dell’energia prodotta in Europa”.

È finalmente l’Europa della buona volontà, quella che aspettavamo da tempo.

Franco Chittolina

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