21 gennaio 2016

Stiamo assistendo a un inusuale duello pubblico tra l’Italia e l’Unione Europea, nelle persone di loro alti rappresentanti: Matteo Renzi, presidente del Consiglio italiano e Jean- Claude Juncker, presidente della Commissione europea.

Per capire qualcosa del poco edificante spettacolo in corso e non drammatizzare oltre misura, cominciamo con l’identificare i personaggi che si affrontano e i principali punti del contendere. Sul versante italiano, i toni di Matteo Renzi non sono quelli del ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan né, probabilmente, quelli del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, come sicuramente non sarebbero stati quelli di Giorgio Napolitano. Né tutta la politica italiana viene schierata a battaglia, anche se si tratta di suoi pezzi importanti: dai salvataggi bancari alle minacce di infrazione per presunti mancati controlli dei flussi migratori, dalla diversa interpretazione degli aiuti di Stato ai margini di flessibilità sui conti pubblici rivendicati dall’Italia che potrebbero condizionare il futuro della Legge di Stabilità.

Dall’altra parte della barricata, la Commissione europea, una delle Istituzioni europee, importante per i Trattati ma debole in questa fase dell’UE a dominante intergovernativa, rappresentata da un presidente, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, legittimato da una ancor debole ma esposta investitura popolare, pressato in Parlamento da un Partito socialista alleato ma anche concorrente, e alle prese con un cumulo di crisi da far tremare le vene ai polsi: dall’irrisolto problema di migranti e profughi alle minacce del terrorismo, dall’ondata crescente di populismo euroscettico allo smantellamento in corso dell’Accordo di Schengen o alla prospettiva di un suo restringimento a alcuni pochi Paesi (senza l’Italia), fino al complesso contenzioso con la Gran Bretagna che minaccia di uscire dall’UE.

A volersi limitare ai due contendenti-simbolo, si tratta non proprio di due giganti storici della politica europea alle prese con grane a non finire nel rispettivo campo di battaglia e tentati entrambi di spostare l’attenzione fuori dal proprio recinto incrociando le lame tra loro con qualche buona ragione e qualche evidente pretesto.

Le buone ragioni si raccolgono nel dovere per entrambi di esercitare il mandato loro affidato: a Juncker il compito di promuovere il processo di integrazione europea, a Renzi quello di difendere legittimi interessi dell’Italia. Nasce qui la tensione tra i due duellanti che riproducono l’inevitabile dialettica tra il difficile cammino verso un’Unione a vocazione sovranazionale e le resistenze degli Stati-nazione che non si rassegnano a trasferire a una autorità europea pezzi della loro sovranità, dopo averne ceduti alcuni anche importanti, come la condivisione della moneta per 19 Paesi membri. Da questo punto di vista è uno scontro tra un futuro incerto e un passato difficile da superare.

Si tratta però anche di un confronto che occulta altri attori e altre ragioni. Tra quest’ultime, il bisogno da entrambe le parti di proteggere “poltrone” minacciate da turbolenze politiche, tanto tra le Istituzioni europee che nell’arena italiana, alla vigilia di appuntamenti elettorali importanti e dall’esito incerto.

Ma vi sono anche altri attori in Europa alle spalle di Juncker: Angela Merkel, sua grande elettrice, e con lei i Paesi dell’Europa “carolingia” (Francia e Benelux in testa), che cominciano a trovare ingombrante la figura di Renzi, alla testa di un Paese importante come l’Italia, segnato dalla sua fama di inaffidabilità, che non sta dicendo chiaramente che Europa vuole, con quali alleanze e quale disegno per muovere verso un’Unione politica.

Niente di particolarmente drammatico, per ora. A patto che non si debba dire, come ai tempi della seconda guerra punica, nel III sec. a.C., quando «mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata», dove Roma fa un tutt’uno con Bruxelles e Sagunto rischia di essere l’Europa.

Franco Chittolina – AGD