Il racconto del rientro in Italia dei coniugi Pagani, volontari in Africa

Torniamo dopo quasi 3 mesi trascorsi all’ospedale Vezo di Andavadoaka: fatica, caldo, disagi si dissolvono al ricordo della vita comunitaria vissuta laggiù. Con Rosanna e Sandro, i fondatori dell’ospedale, e i numerosi volontari nostri compagni della meravigliosa avventura – abbiamo conosciuto 18 nuovi amici – il tempo è volato. E ora, a casa, i ricordi e le sensazioni tornano impetuosi nella nostra mente e nei nostri cuori.
La situazione politica e sociale del Paese è sempre più disastrata. Le elezioni, previste per il 2012, sono state spostate a luglio 2013, con un inquietante interrogativo: si faranno?
Due fortissimi cicloni – uno ha colpito il nord del Paese, l’altro il sud-ovest – hanno causato diversi morti e distrutto alcuni villaggi e città. Allagamenti, strade e piste interrotte, difficoltà nei rifornimenti alimentari e aumento dei prezzi del riso e del gasolio, hanno peggiorato le condizioni economiche della maggioranza della popolazione, acuendo sempre di più il divario tra i pochi ricchi e i numerosissimi poveri.
Nel sud-ovest del Madagascar – provincia di Tulear, ove si trova Andavadoaka – piove pochissimo e a memoria d’uomo non ci sono ricordi di disastri dovuti all’acqua. Ma quest’anno vi sono state piogge tutti i giorni da venerdì 15 febbraio: i volontari hanno evitato di fare il bucato per consentire alla biancheria necessaria all’ospedale di essere stesa ad asciugare in ogni luogo possibile al coperto. C’è una forte umidità nelle camere, in ospedale, in cucina e si comincia a temere per le attrezzature elettroniche, computer e radiologia digitale. Ci telefonano da un villaggio distante 50 Km per avvertirci dell’arrivo di un ciclone: «chiudete bene porte e finestre». Oltre a chiudere tutto quanto, si fa un giro d’ispezione all’esterno per vedere cosa deve e può essere messo al riparo. Inizia a soffiare un forte vento, accompagnato da intense raffiche di pioggia. La notte tra mercoledì 20 e giovedì 21 febbraio non si riesce a dormire. Il rumore non lascia un attimo di respiro. Giovedì iniziamo la giornata alle 7 come tutti i giorni: il cielo è livido, ma proprio sopra di noi c’è un cerchio di azzurro che ci dà speranza. Controlliamo la pressione atmosferica che scende a picco e ci rendiamo conto che quel cerchio azzurro è l’occhio del ciclone. Dopo poco riprende la pioggia battente e il vento, ancora più forte. Sapremo poi che ha raggiunto i 200 km. orari. Tutti i volontari si dedicano a spazzar via l’acqua che è penetrata negli ambulatori, nelle camere di degenza, in sala operatoria. La notte successiva porta devastazione e al mattino vediamo piante sradicate, una parte del tetto dell’ospedale danneggiato. C’è acqua, ancora acqua dappertutto. Riprendiamo ad asciugare come si può: all’ospedale continuano ad arrivare malati, nonostante la pioggia torrenziale, e quando entrano negli ambulatori, insieme a loro, entra tanta acqua.
Continuerà a piovere per altri due giorni.
Tutte le capanne di Andavadoaka sono state allagate, i tetti in fibra vegetale danneggiati; la scuola, la casa delle suore della missione cattolica sono state scoperchiate. Solo domenica 24 febbraio comincia a farsi vedere un pallido sole.  La pista che collega Andavadoaka a Tulear è allagata; uno dei volontari deve tornare in Italia, è un giovane medico, ha impegni di lavoro all’ospedale di Gorizia. Tenta la partenza alle 4 del mattino di martedì 26 febbraio per riuscire a raggiungere l’aeroporto a 180 Km entro la sera e partire per l’Europa il giorno seguente. Ma alle 16 dello stesso giorno il fuoristrada torna all’ospedale: non c’è nessuna possibilità di passare, a causa degli allagamenti. Il viaggio viene rimandato; riesce a partire solo il 28, in piroga a vela, dopo aver con fatica cambiato il volo. Siamo ormai alla fine di febbraio e anche il nostro volo per l’Europa è vicino. Di nuovo ci telefonano dal villaggio di Morombe, da dove era arrivata la notizia del ciclone, e ci annunciano che partirà presto un piccolo traghetto “governativo” a motore per Tulear. Sono le 20:30 di venerdì 1 marzo. Si cerca un marinaio con una piroga a vela che possa trasportare due passeggeri e tanti bagagli. Il mattino dopo partiamo: tre grandi valige, una più piccola, tre zaini e la stazza di Francesco, un metro e novanta di altezza ed oltre ottanta chili di peso; ci sono anch’io (Lucy), che per fortuna sono minuta ed ho perso qualche chilo durante la permanenza in Madagascar. Si sistema tutto e, immobili sulle piccole panche, scivoliamo per 5 ore su un mare calmo e silenzioso, fino a Morombe. Lì saremo ospiti di un amico dell’ospedale, che ci accoglie nella sua capanna con tanta premura. Ma non c’è acqua e corrente elettrica, non c’è pane, mancano i rifornimenti di frutta e verdura. L’attesa della partenza del traghetto a motore è estenuante: deve essere scaricato tutto il materiale che è a bordo e successivamente deve esserne caricato altro. Non siamo in un porto, non ci sono moli: tutta la merce è portata a mano fino ad una piroga sulla spiaggia, che poi raggiunge il traghetto. Finalmente il 4 marzo si parte e si raggiunge Tulear il giorno successivo, dopo 19 ore di viaggio col mare agitato. Beccheggio e rollio del traghetto hanno reso difficile il percorso.
Ora a casa ripensiamo all’attività dell’ospedale, che continua a crescere; oltre a cure, esami di laboratorio, radiografie, ecografie, interventi chirurgici, che vengono effettuati fin dall’apertura (ottobre 2008) – tutti gratuiti in un Paese in cui la sanità ha un costo altissimo – è partito a novembre 2012 un programma di prevenzione per i tumori femminili. Un’attenzione speciale per le donne, su cui pesa la cura dei figli, in difficili condizioni igienico-sanitarie. Le statistiche annuali dell’ospedale relative al 2012 hanno rilevato una lieve diminuzione delle parassitosi: un piccolo passo che si è compiuto anche attraverso la costruzione del pozzo per l’acqua, chiuso e controllato, a disposizione degli abitanti di Andavadoaka.
L’instancabile opera di Rosanna e di Sandro, che riescono a coinvolgere i volontari nell’opera immane di portare avanti l’ospedale, merita ancora una volta di essere ricordata ed apprezzata. Noi ci prepariamo alla prossima missione.

Lucy e Francesco Pagani