Pinerolo. Immigrati senza fissa dimora cercano rifugio nell’ex-merlettificio Türck

Enormi stanzoni vuoti. Per terra vetri rotti, pezzi di plastica, scarti industriali, vestiti e scarpe ammucchiati, escrementi di vario genere. E freddo. Un freddo che ti entra nelle ossa. Questa è la condizione di vita per sette uomini provenienti dalla zona del sud Sahara. Provengono dai villaggi di stazione per le carovane. Abituati al caldo bacio del sole del deserto si sono ridotti a vivere in un unico stanzone con una stufa a legna mal funzionante che crea una cappa di fumo rendendo l’aria irrespirabile. Sprovvisti di bagno si lavano recuperando l’acqua del Moirano con una tanica di plastica legata ad una fune. Non siamo dall’altra parte del mondo o in un’epoca lontana, ma a Pinerolo nel 2013. Accade dietro a casa nostra: vivono dentro all’ex-merlettificio Türck, mangiando quello che riescono a trovare. Tirano avanti recuperando vestiti usati che lavano e poi rivendono. Qualcuno lavora ai mercati di Torino.
La situazione (che non si capisce come sia potuta sfuggire agli occhi delle istituzioni!) è grave anche se è stata, almeno in parte, tamponata nelle ultime settimane.
Monsignor Pier Giorgio Debernardi ha incontrato per caso uno di questi ragazzi nella zona di San Lazzaro. «Passando di lì – racconta il vescovo di Pinerolo – vedo un ragazzo che mi si fa incontro e mi chiede l’elemosina. Allora io mi faccio spiegare dove vive. Appena ho scoperto che c’erano altri con lui ho iniziato a chiamarli e a radunarli. Ho fornito loro almeno una stanza per la notte in vescovado e la cena come pasto in comune».
Inoltre lo scorso 24 dicembre monsignor Debernardi è andato a trovarli dove per il momento stanno durante il giorno (sempre al Türck) e, dopo aver visto esattamente come vivono e quanti sono, ha deciso di approntare un luogo più consono sempre in vescovado. Infatti la stanza con le brandine messa a loro disposizione è piccola per sette persone e non è indipendente, cosa importante se devono uscire a lavorare al mattino presto. L’idea è quindi di rimettere a posto e ripulire un’area del vescovado in disuso perché diventi, provvisoriamente e in attesa di una più adeguata sistemazione, un appartamento in cui possano dormire, cucinare ed essere indipendenti nell’uscire e nell’entrare. «È già un grande obiettivo – spiega Debernardi – in quanto dopo aver trovato un’abitazione si può pensare ad aiutarli a trovare un lavoro che permetta loro di mantenersi. Vi assicuro che sono ragazzi volenterosi». Solo due di loro conoscono l’italiano, ma tutti stanno frequentando con assiduità lezioni di lingua.
Tuttavia il problema resta. L’edificio, appena sgomberato, ha trovato subito nuovi “inquilini” che sono andati a rifugiarsi in quella struttura degradata, fredda e pericolante. Ogni volta che verrà svuotato questo posto tornerà a riempirsi di altri disperati che cercano un rifugio migliore del cielo stellato. Un circolo vizioso che sembra non finire e solleva pressanti interrogativi: non è forse il caso di far sparire – o meglio, recuperare in modo adeguato e in tempi umani – questo edificio fatiscente? Qual è una possibile e realistica soluzione per questi fratelli d’oltremare che vengono a cercare una vita migliore e si ritrovano in una condizione peggiore di quella di partenza?

MANUEL MARRAS – Foto Nicolò Mosca

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