La fatica è quella di immaginare una terra. Un paesaggio con un nome e un cognome, con una carta di identità e un volto riconoscibili. Prima di tutto a chi lo abita e, in seconda battuta, a chi desidera scoprirlo con gli occhi e la curiosità del turista o del viaggiatore. È un compito arduo che tanti anni di sforzi non sono riusciti portare a termine. Eppure non è una “mission impossible”. Lo dimostra, ad esempio, l’operazione Langhe e tanti altri angoli di Italia e di Europa che hanno saputo reinventarsi partendo dalle proprie radici.

L’area genericamente detta “pinerolese” avrebbe, almeno in potenza, tutte le carte in regola per diventare uno di questi angoli. Tuttavia per passare dalla potenza all’atto occorre intraprendere un percorso nuovo e non facile, certamente diverso dalle strade provate fino ad oggi che hanno risposto all’evidente frammentazione delle risorse con i monopoli (politici, culturali, economici e dell’informazione). Oggi – non lo dice soltanto il papa ma anche chi si occupa di economia – non è più tempo di concorrenze, più o meno sleali, ma di sinergie. Su questa strada si è posto il convegno promosso dalla “Pastorale sociale e del lavoro” che si è tenuto lo scorso lunedì 4 dicembre a Porte, rilanciando il progetto “Terre d’Acaia”. L’idea è quella di leggere (o, meglio, di rileggere) in modo storicamente e strategicamente omogeneo un’area che va dalle valli alla pianura, da Sestriere a Fossano, per provare a disegnarne un profilo credibile e accattivante, valorizzando le differenze che ci sono e che costituiscono una risorsa. «Nessuno di noi è “esistibile” se non in relazione con l’altro», ha detto il vescovo di Pinerolo, monsignor Derio Olivero portando i suoi saluti ai convegnisti riuniti nel municipio di Porte.

Marco Civra, presidente del Centro Studi Silvio Pellico, ha ricordato come il nostro territorio si presenti ancora come una «terra inespressa, poco conosciuta dai suoi stessi abitanti che mancano di un senso di appartenenza. In questo senso “Terre d’Acaia” si propone come un brand capace di superare i particolarismi».

Sono seguiti gli interventi di Laura Zoggia, sindaco di Porte, di Patrizia Giachero, presidente del GAL Escartons e Valli Valdesi, di Mario Fina, autore del logo “Terre d’Acaia”, di Marco Margrita, direttore del settimanale “Il Monviso” e di Ivan Andreis, operatore di Caritas Torino. Ciascuno ha richiamato limiti e potenzialità dell’area interessata dal progetto, raccontando esempi virtuosi e buone pratiche (vicine e lontane), e indicando nel lavoro condiviso l’unica via percorribile.

Angelo Tartaglia, docente del Politecnico di Torino e vicesindaco di Cantalupa, ha ampliato l’orizzonte indicando nelle “comunità energetiche” una possibilità per sviluppare un’economia locale e sostenibile. Si sono invece focalizzati sulla dimensione turistica il professor Riccardo Beltramo e Andra Rostagno, rispettivamente docente e dottorando del Dipartimento di Management dell’Università di Torino.

Le conclusione sono state affidate ad Alberto Valmaggia, assessore regionale all’Ambiente, che ha preso atto della volontà del territorio di scommettere sulle proprie ricchezze naturali, architettoniche, sociali, umane a partire da quel paesaggio che lo rende unico. Ha ricordato come la “palla” sia ora in mano ai comuni chiamati a fare gioco di squadra anche attraverso i nuovi strumenti istituzionali trovando nelle “Terre d’Acaia” un progetto significativo per cucire ogni possibile frattura tra montagna e pianura.

«In questa ottica collaborativa – commenta Giancarlo Chiapello, direttore dell’Ufficio Diocesano per la pastorale sociale – sarà possibile, anche con l’aiuto del GAL, coinvolgere i privati. Come ufficio diocesano continueremo ad essere al servizio del territorio e aiutando a facilitare le relazioni».

P.R.