24 giugno 2016
Con il referendum del 23 giugno si sancisce il divorzio tra Londra è il resto dell’Ue. Il “leave”, con il 51,9% dei voti, batte il “remain” con il 48,1%. Ora prendono avvio i negoziati per ridefinire i rapporti tra l’isola e i Ventisette. Attese ricadute politiche interne e un auspicabile aggiornamento del progetto di integrazione comunitaria
 
Il voto inglese, con il referendum di ieri (23 giugno), sancisce il “leave”, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, cui aveva aderito nel 1973. I dati: per il referendum sulla permanenza o l’uscita del Regno Unito dall’Ue hanno votato il 72% degli aventi diritto. 17 milioni e 410mila sudditi britannici hanno scelto il “no” all’Europa (51,9%), 16 milioni 140mila si sono espressi per il “sì” (48,1%). Londra città, Scozia e Irlanda del Nord hanno votato per il “remain”, il resto del Paese per il “Brexit” (Britain exit).
 
Concretamente ora si apre una lunga fase di negoziati per ridefinire i rapporti tra Regno Unito e il resto dell’Unione europea.
Ci sono due anni di tempo per riscrivere le regole di una convivenza che si vuole comunque amichevole ed economicamente sostenibile con vantaggio reciproco. Nel frattempo l’isola è in subbuglio e l’Europa comunitaria si lecca una nuova ferita: alla crisi economica, alla crisi migratoria, si aggiunge questa nuova crisi politica: non è la prima volta che l’Ue affronta; ma certamente questa appare tra le più ardue, capitando in un momento di disaffezione al progetto di pace e d’integrazione europea, avviato 70 anni fa sulle ceneri della seconda guerra mondiale.
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