AGD, 09 giugno 2014

E adesso il rischio che la Gran Bretagna si allontani dall’Unione Europea si fa serio. Entrata nell’UE nel 1973 dopo la lunga anticamera impostale da De Gaulle, la Gran Bretagna ha festeggiato l’anno scorso i suoi primi quarant’anni europei annunciando per il 2017 un referendum per chiedere ai sudditi di sua Maestà se vogliono ancora stare dentro all’Unione. “Stare dentro” è, per la verità, un’espressione un po’ esagerata, visto che l’isola è da sempre vissuta ai bordi dell’UE, cercando di frenarne il processo di integrazione e chiamandosi fuori da impegni comunitari che minacciavano, con la sua presunta sovranità, il suo mercato e la sua piazza finanziaria. Ne sono segno evidente il disimpegno dalla Carta dei diritti fondamentali, la non adozione della moneta unica e, più recentemente, il rifiuto di firmare accordi sul controllo dei bilanci pubblici. Adesso che l’unione bancaria si avvia a compimento, David Cameron sente il cappio stringerglisi al collo e coglie l’assist offertogli dal pessimo risultato elettorale per minacciare di uscire dall’UE, se necessario anticipando quel referendum previsto per il 2017. Il successo dei populisti di casa sua, con l’inquietante Nigel Farage dell’UKIP, l’approssimarsi del referendum “secessionista” della Scozia, che si trascina dietro voglie simili di altri territori insulari e, soprattutto, le elezioni del maggio 2015, che si annunciano disastrose per il suo partito, spingono il governo inglese a proteggersi, scaricando sull’Europa responsabilità non sue. Si spiega anche così il “veto” posto da Cameron alla designazione del lussemburghese Jean-Claude Juncker a capo della Commissione europea, come indicato dagli elettori del primo Gruppo politico del nuovo Parlamento europeo, il Partito popolare europeo, di cui Juncker era capolista. Gli argomenti invocati non devono far velo alle reali motivazioni del premier britannico, che con tono rottamatorio ha dichiarato che non avrebbe senso affidare a un uomo che è sulla scena europea dagli anni ’80 il compito di contribuire a guidare l’UE del futuro. Una motivazione poco credibile da parte di un leader e di un Paese che hanno sempre ridotto al minimo il ruolo della Commissione europea e che adesso fingono di considerarla il perno del processo decisionale dell’UE. La motivazione di fondo – oltre ai calcoli elettorali per contrastare l’Ukip di Farage – va ricercata nella crescita di ruolo e di potere del Parlamento europeo se dovesse spuntarla sul Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, istituzione ad oggi egemone di presunte sovranità nazionali in una stagione dove prevale un potere intergovernativo su quello comunitario, presidiato dalla Commissione, dal Parlamento e dalla Corte di Giustizia. In questo Cameron non si sbaglia: lentamente, anche se troppo lentamente e spesso maldestramente, l’UE insiste nello sperimentare una “democrazia tra le nazioni”, senza limitarsi alle “democrazie nazionali” del passato, oggi in rapido logoramento. Insieme con divergenti interessi economici e finanziari, è questa idea di democrazia che non piace ai reduci dell’impero britannico, minacciati in casa da populisti e secessionisti. È ancora troppo presto per prevedere che cosa succederà: c’è troppa nebbia sull’isola per misurare le distanze, sicuramente grandi, tra la Gran Bretagna e il continente. Vi sono segnali per dire che la Manica si sta allargando: un’occasione per il continente – e per l’eurozona in particolare – di cogliere l’occasione per un chiarimento, trovare il coraggio di non subire il ricatto inglese e proseguire sulla strada dell’Unione politica.

Franco Chittolina

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