08 settembre 2014

Il nostro è un tempo segnato più che mai da grandi contraddizioni che toccano anche l’aspetto dell’inizio della vita su cui si scontrano visioni e tensioni di segno diametralmente opposto. Così ecco da una parte la teorizzazione della liceità dell’aborto, la sua difesa e la sua grande diffusione, e dall’altra un sempre maggiore incremento della ricerca scientifica finalizzata a quella che, con un termine generale, è definita procreazione artificiale e che è spesso difesa e propugnata in nome di un presunto diritto ad avere un figlio ad ogni costo. Nell’uno e nell’altro caso ci sono molti interessi in ballo e non solo di tipo scientifico e ideologico, tanto da chiedersi quanto peso abbiano in tale questione gli interessi economici e la logica del profitto. Abortire costa, se non direttamente alla donna che vi si sottopone, costa alla comunità, e ricorrere alla fecondazione artificiale costa ancora di più. Dove c’è qualcuno che paga c’è qualcuno che guadagna, in un modo o nell’altro. A costo di peccare di semplicismo e per lanciare una provocazione, perché allora non risparmiare sull’uno e sull’altro fronte, magari incrementando e facilitando nel contempo la pratica dell’adozione?

In ogni caso l’aspetto economico, pur reale, non è l’unico e non sarebbe giusto ridurre il discorso a questo solo aspetto. Recentemente la polemica si è riaccesa, a partire da una sentenza che consente di introdurre anche in Italia la fecondazione cosiddetta eterologa (cioè con l’intervento di donatori di ovuli o seme estranei alla coppia che desidera concepire un figlio). Questo ci offre l’occasione per proporre alcune riflessioni a partire da quella che è l’antropologia della chiesa cattolica. Secondo tale prospettiva la benedizione di Dio rende fecondi l’uomo e la donna in modo che il loro reciproco amore diventi la via attraverso cui la vita umana si trasmette e si perpetua nello spazio e nel tempo. La procreazione, e con essa la maternità e la paternità, rivelano dunque di possedere una profonda sacralità, ed è proprio la consapevolezza di questa sacralità che induce a considerare con molta attenzione e prudenza i possibili interventi medici che, in vario modo, vengono ad incidere su questo momento iniziale della vita umana. Per il credente le cose a questo riguardo sono chiare: la vita viene da Dio, è lui e non l’uomo ad esserne il vero artefice e quindi con la vita non si può giocare. Vi è qui il principio del limite che l’uomo credente accetta, scegliendo di fermarsi di fronte a ciò di cui sa di non poter disporre.

La ricerca, la scienza e le più disparate tecnologie sono cose in sé buone, necessarie, ammirevoli, volute e benedette da Dio; sbaglierebbe profondamente chi volesse vedere nella rivelazione e nella fede cristiana un freno, un ostacolo o un impedimento al progredire della conoscenza. Tuttavia anche la libertà insopprimibile dell’uomo non è assoluta, perché l’uomo non è Dio, egli non è il creatore ma una creatura e nulla di ciò che lo riguarda può essere considerato come assoluto. Il limite posto all’uomo non vuole preservare Dio dalla insidiosa concorrenza della sua creatura ma vuole, al contrario, salvare l’uomo da se stesso e metterlo al riparo dalle conseguenze negative di un desiderio di dominio senza freni e senza limiti che, volendo creare la vita, produce invece morte. Questo succede, per esempio, quando per ottenere un solo embrione con qualche possibilità di crescere e svilupparsi fino al momento del parto, se ne producono in numero molto maggiore per poi sopprimerli o affidarli alla triste sorte del congelamento.

Qualcosa di analogo avviene ancora quando non ci si cura o si sottovalutano le conseguenze, anche gravi, sulla salute della donna di quelle pratiche mediche che forzano pesantemente la produzione di ovuli da fecondare artificialmente, con il rischio di compromettere una vita già formata e adulta nel tentativo, spesso fallimentare, di ottenerne una embrionale. In cosa potrebbe essere allora concretamente individuato il limite capace di liberare la scienza da questi suoi aspetti più deleteri? Senza dubbio in una concezione antropologica che consideri l’uomo sempre il fine e il termine di ogni azione e mai un mezzo per ottenere qualcos’altro. Una simile idea di uomo ha il pregio di rivalutare la straordinaria portata della dignità umana e di rimettere al centro tutti gli esseri umani, compresi quelli che non hanno la possibilità di far sentire la loro voce e le loro ragioni. In caso contrario ad essere messo al centro è invece l’interesse e la convenienza di alcuni a scapito di altri.

È questo che avviene quando le scelte e le azioni intraprese sono conseguenti alla volontà di un particolare medico, o di una equipe di medici, o ancora di una coppia in difficoltà alla ricerca di un figlio, o addirittura di una donna singola che desidera una gravidanza. Non è certo difficile comprendere come dietro a simili comportamenti si nasconda implicitamente l’affermazione che non tutti gli esseri umani sono dotati di uguale valore e titolari di uguali diritti. Queste procedure, infatti, dicono che la volontà di alcune persone è drammaticamente più determinante di quella di altri esseri umani i quali, a causa della loro condizione di debolezza, perché non ancora nati o appena concepiti, non possono far altro che subire passivamente. Dunque il problema è sempre di mettere o di rimettere l’uomo al centro, con la consapevolezza che per la scienza, in alcuni casi, fare questo potrebbe anche significare rivedere profondamente le proprie convinzioni e le proprie priorità.  Potrebbe significare ad esempio rinunciare alla ricerca del più alto numero possibile di risultati positivi (pur conoscendo quale alto prezzo in termini di embrioni sacrificati ciò comporti), oppure alla competizione tra istituzioni specialistiche per la conquista di una sempre ambita fama di eccellenza.

Rimettere l’uomo al centro potrebbe anche significare concentrare le energie e gli sforzi e utilizzare tutto il bagaglio di conoscenze posseduto nel tentativo di “curare” nel vero senso del termine le patologie che determinano la sterilità o l’infecondità maschile e femminile; mentre è invece noto che nella maggior parte dei casi le tecniche di fecondazione artificiale non fanno che aggirare il problema, anche se in modo più o meno evidente. Rimettere l’uomo al centro vorrebbe ancora dire sapersi fermare di fronte alla sacralità dell’inizio della vita nel momento dell’unione dei gameti, fare certamente tutto l’umanamente possibile in scienza e coscienza, fino ad un passo da quel momento, ma poi arrestarsi e lasciarlo vivere ai soli che hanno diritto ad accedervi: l’uomo e la donna uniti dall’amore e accompagnati dalla volontà creatrice e dalla benedizione di Dio.

 Massimo Damiano

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