8 luglio 2016 

Sul tema famiglia è determinante non perdersi in forme nominalistiche o ideologiche che spesso nascondono obiettivi diversi. Non si tratta di negare come la realtà della famiglia muti, si differenzi rispetto al passato, in essa le forme mutano e si comprendono le fragilità, i sentimenti e le differenze. Le forme della vita affettiva stanno moltiplicandosi, con caratteristiche nuove ma sempre legate a un ambito di rispetto, amore e relazioni tra persone.
Se la vita è relazione e da questa relazione si riproduce vita, resta il fatto ontologico per il quale la famiglia è composta da un uomo e una donna. Essa è il nucleo centrale della società, prima comunità naturale e generativa, mistero e senso della continuità umana, perno di una dimensione antropologica profonda e indispensabile. La famiglia è nucleo primario della società ma non è esclusivo ed escludente. La sua stessa realtà è dentro la dimensione di apertura e si espande ad un concetto più ampio di comunità: dalla famiglia alle famiglie, che diventano famiglia umana. L’Arcivescovo nella Lettera alla città ricorda: «La famiglia è il primo luogo in cui si costruisce il capitale umano, lo spazio di creatività dove ogni persona apprende la grammatica degli affetti e la sintassi delle relazioni. In famiglia la fraternità non è ideologia ma esperienza vitale che porta ciascun soggetto ad accedere con responsabilità allo spazio sociale». Per questo colpisce che il nuovo assessore torinese alle Pari Opportunità Marco Giusta ritenga di omologare tutte le forme di relazione sotto lo stesso nome plurale di «famiglie», senza distinguere. Il primo atto della Giunta di Chiara Appendino, venerdì 1 luglio, è stato questa discutibile modifica al vocabolario del Comune: nasce l’Assessorato «alle Famiglie»; tutti gli atti municipali useranno d’ora in avanti il termine «famiglie», generico, comprensivo di tutto. L’iniziativa torinese perde di vista il dettato costituzionale: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio» (art. 29). È in ragione di questa indicazione in favore del matrimonio che, fino ad oggi, si è sempre parlato di politiche per la famiglia. Dalla legge Cirinnà, pochi mesi fa, è arrivato il riconoscimento dei diritti civili anche ad altre forme di convivenza, anche alle coppie omosessuali, ma il passo compiuto a Torino va molto oltre, cancella – a partire dal vocabolario – la specificità delle situazioni. La delibera è stata varata un minuto dopo l’insediamento del Sindaco, senza lasciare il tempo per dibattere: perché non ascoltare la città, quanto meno il Consiglio comunale, prima di procedere con un passo di così grande rilievo simbolico, oltre che amministrativo? Non si tratta di riproporre steccati riesumando antiche e superate lotte tra clericali o anticlericali, ma ragionare di famiglia in modo più ampio e profondo, cogliendo l’essenza della questione. La famiglia trae linfa dall’ispirazione cristiana e religiosa ma è patrimonio condiviso di valori e prospettive umane. Piuttosto ci interroghiamo: a cosa serve omologare, cancellare fin dal vocabolario la peculiarità delle situazioni? Perché assimilare il matrimonio alle forme che desiderano distinguersi? Perché non affrontare le situazioni, sul piano dei diritti e dei doveri, ciascuna nel suo specifico? Sarebbe stato utile poterne discutere.

Luca Rolandi, Direttore de “La voce del popolo” – AGD

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