C’era molta attesa per il Vertice informale dei Ventisette Capi di Stato e di governo, riuniti a Bratislava (Slovacchia) il 16 settembre scorso, per la prima volta senza la partecipazione della Gran Bretagna, autoesclusasi dopo Brexit.

Che la strada da percorrere verso una nuova Unione Europea, oggi in “crisi esistenziale” come ricordato da Jean-Claude Juncker, fosse in salita lo si sapeva, ma era lecito sperare almeno  in una  partenza incoraggiante, vista l’urgenza di confrontarsi sulla rotta da seguire in Europa e nel mondo nei prossimi anni.

Il risultato è stato modesto e ha confermato, se ce ne fosse ancora stato bisogno, le divisioni che pesano su questa “Unione disunita”.

La sola conclusione condivisa dai Ventisette è stata quella di un’agenda di incontri che dovrebbe portare il Consiglio europeo, dopo i prossimi Vertici di Bruxelles e Malta, all’appuntamento a Roma con la storia, se non quella di oggi, almeno con quella di ieri, quando il 25 marzo 1957 i Sei Paesi fondatori firmarono, in Campidoglio, il Trattato CEE. In quello stesso luogo si riuniranno il prossimo 25 marzo i Capi di Stato e di governo dei Ventisette per valutare le condizioni e i contenuti per un rilancio del progetto europeo.

Intanto a Bratislava poco è stato detto nel merito dei contenuti di quel progetto, salvo riconfermare l’attuale linea di politica economica, quella dell’austerità, e registrare le divergenze sul tema dell’accoglienza dei migranti. Due orientamenti non condivisi da Matteo Renzi che se ne è pubblicamente dissociato, criticando in particolare l’attuale funzionamento del “fiscal compact” e la non presa in considerazione delle proposte italiane sull’urgenza di investimenti per lo sviluppo dei Paesi africani dai quali partono molti migranti che arrivano in Europa e, in particolare, in Italia. Qualcosa di simile all’accordo UE negoziato dalla Merkel con la Turchia, ma con più dignità e attenzione ai diritti delle persone.

Per molti osservatori si è trattato per Renzi di un atteggiamento motivato da ragioni di politica interna, in una stagione ad alto rischio per il governo italiano. E’ probabile che si sia trattato anche di questo: sono d’altronde le stesse ragioni che spingono Angela Merkel a un pericoloso immobilismo (oltre a una marcia indietro sulll’accoglienza migranti dopo la nuova sconfitta elettorale a Berlino) in vista delle elezioni tedesche del 2017 e inducono la Francia, anch’essa alla vigilia di difficili elezioni presidenziali, ad accodarsi passivamente dietro il partner d’oltre Reno.

Forse la sola decisione positiva, insieme all’adozione di un agenda per i prossimi sei mesi, è stata quella di un avvio di politica estera e di sicurezza comune, recependo le linee di un suo progressivo sviluppo, presentate dall’Alto Rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini.

Dei tre anni che ci separano dalle prossime elezioni europee del 2019, questo primo pezzo di strada, di qui alla fine del 2017, si annuncia certamente in salita, come ricordano i segnali che arrivano dai diffusi movimenti populisti (all’opera nelle prossime elezioni in Austria, Olanda, Francia e Germania) e dalle resistenze del “Gruppo di Visegrad”, che riunisce Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia, con la loro rigida idea di “sovranità nazionale” e l’assenza di una cultura della solidarietà e della coesione sociale.

Senza contare che non tutto si risolverà in questi tre anni, ma già qualcosa fin d’ora si potrà capire su che cosa diventerà l’Europa all’orizzonte 2050, quando l’UE compirà cent’anni e potrà contare solo più sul 20% della ricchezza mondiale e solo sul 5% della popolazione del mondo.

Tutto questo in un  mondo agitato da crescenti turbolenze, segnato da grandi diseguaglianze e minacciato dalla cattiva salute del pianeta: tutti fattori all’origine di importanti movimenti di popolazioni che non saranno le nostre “frontiere fortificate” a fermare né la demagogia populista a governare.

E’ tempo di pensarci.

Franco Chittolina – Agd

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