30 luglio 2015

È passato poco più di un anno da quando l’Unione Europea ha rinnovato buona parte dei Vertici delle proprie Istituzioni, all’indomani del voto per il nuovo Parlamento europeo e un primo bilancio si impone.

Alla guida del Parlamento europeo si è installato il capofila dei socialisti e democratici europei, Martin Schultz, anche per compensare la presidenza della Commissione europea, affidata al capofila del Partito popolare europeo, Jean Claude Juncker.

Forte, si fa per dire, della sua investitura tendenzialmente politica, il Presidente della Commissione ha dato prova di capacità d’iniziativa, com’è dovere primario della sua Istituzione, in particolare con il suo piano di investimenti per il rilancio economico dell’UE, la sua proposta di ripartizione per l’accoglienza dei migranti a parziale sollievo di Grecia e Italia e, soprattutto, per il suo tenace ruolo di mediatore nel negoziato con la Grecia, per evitarne la fuoruscita dall’eurozona.

Ad oggi il bilancio di Juncker non è esaltante, anche se testimonia un tentativo di ripresa di ruolo rispetto alla Commissione precedente, presieduta dal poco grintoso Manuel Barroso. Il Piano di investimenti è sempre in attesa di contributi nazionali e di soggetti economici privati, la ripartizione di quote di migranti tra i Paesi UE si è scontrata con una generale resistenza, arenandosi su numeri modesti (l’accoglimento in due anni di 32000 profughi sui 40000 richiesti) e la conclusione del negoziato greco ha preso più la forma di un diktat per il governo di Tsipras che non un’apertura di solidarietà a un popolo stremato dalla crisi.

Meno visibile in tutte queste vicende il contributo del Parlamento europeo, ancora lontano dall’esprimere con efficacia le potenzialità pure attribuitegli dal Trattato di Lisbona e non esente da qualche imbarazzo per il suo Presidente, socialdemocratico e tedesco, intrappolato nella contesa con la Grecia, alternando aperture a Tsipras con teutonici richiami all’ordine.

In un contesto del genere svetta il ruolo assunto dalla Banca centrale europea (BCE) e dal suo Presidente, Mario Draghi, che per mettere in sicurezza l’euro ha “fatto tutto quello che era necessario fare” e forse                         anche qualcosa di più, come deve avere pensato – e anche sibilato tra i denti – il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble.

Un nome questo che ci porta ad un’altra quasi-istituzione, quella dell’eurogruppo, che riunisce i ministri delle finanze dell’eurozona, presieduto dall’olandese Jeroen Dijsselbloem, riconfermato nella sua carica per un nuovo mandato.

All’eurogruppo è toccato il ruolo di anticamera del Consiglio europeo dove trattenere il negoziato con la Grecia per impedire a Tsipras di accedere direttamente al confronto politico con il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo. In questo suo compito d’interposizione l’eurogruppo ha moltiplicato le sue riunioni, consentendo ai “falchi” di aggregare attorno al loro diktat una maggioranza di ministri e preparare le deliberazioni severe del Consiglio europeo.

Nell’Europa intergovernativa cresciuta a dismisura in questi ultimi anni, era inevitabile che il ruolo politico preponderante venisse assunto dall’Istituzione, sempre meno federale e sempre più confederale, che è il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo. Anche in questo caso, numerosi sono stati i Vertici del primo anno dell’attuale legislatura, a testimonianza che sempre più frequente è il ricorso alle decisioni dei governi e sempre più diffusa è la consuetudine del rinvio, conseguenza inevitabile dei litigi nazionali e del decadimento della dimensione comunitaria.

Questi gli attori che sono sfilati sulla scena agitata dell’UE. Tra di loro pochi i protagonisti, forse una sola, qualche comprimario e tante comparse che hanno animato il teatrino della politica europea.

Franco Chittolina – AGD 

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