AGD – 5 dicembre 2013

Non è vero che l’Unione Europea è ferma. L’UE si muove, eccome, magari all’indietro ma si muove. Qualche volta, più raramente in questi ultimi tempi, fa anche qualche passo avanti, come dicono faccia il gambero.

Nei giorni scorsi il movimento del gambero non dovrebbe essere sfuggito a nessuno: tre passi indietro e uno avanti, i primi due ad opera della Germania e della Gran Bretagna, il terzo per il ricatto russo sull’Ucraina e, il passo avanti, quello dell’Italia che, per una volta, si è fatta trovare quasi puntuale all’appuntamento per la libertà di cura nei 28 Paesi UE.

Ma andiamo con ordine. Con tempi non proprio rapidi – ci sono voluti oltre due mesi – la Germania si avvia a formare il nuovo governo federale dopo le elezioni di settembre. Salvo sorprese che potrebbero venire da un referendum a metà dicembre tra i socialdemocratici, Angela Merkel si farà carico di un terzo mandato come Cancelliera, in una riedizione di coalizione con il partito socialdemocratico, che da un’analoga esperienza se ne uscì nel 2009 con le ossa rotte.

La forza dei numeri dei due partiti non ha lasciato molto margine ai candidati alleati della Merkel: qualche concessione sulla politica sociale tedesca, praticamente niente sull’Europa destinata a restare ostaggio della politica di austerità imposta dalla Cancelliera, meglio se per gli altri Paesi UE. Con un corollario minore, ma ricco di significato: l’invenzione di un pedaggio sulle autostrade tedesche per gli automezzi non immatricolati in Germania. Non è una misura contro la religione europea della libera circolazione, ma comincia ad assomigliarci.

Più seria la minaccia alla libera circolazione delle persone ad opera della Gran Bretagna. Nella riunione dei Capi di Stato e di governo a Vilnius, David Cameron ha ribadito l’intenzione di non dare applicazione all’accordo di libera circolazione per i cittadini bulgari e romeni, prevista per il prossimo 1 gennaio, innescando la reazione negativa della Commissione europea – ed era il minimo che potesse fare – e interrogativi presso gli altri partner europei, preoccupati di un dirottamento di flussi migratori nei Paesi rispettosi dell’accordo.

Cameron si è giustificato con i numeri delle recenti migrazioni – termine improprio per i cittadini UE – e con gli “infiltrati” moldavi, in possesso di passaporti romeni.

A Vilnius però è accaduto anche di peggio: dopo lunghi e laboriosi negoziati l’Ucraina, sotto ricatto russo, non ha firmato l’Accordo di Associazione con l’UE, scatenando imponenti proteste tra la popolazione, memore di quanto vissuto in passato sotto il dominio sovietico e vittima oggi di un governo non proprio in regola con lo Stato di diritto, come dimostra il caso della detenzione di Yulia Tymoshenko.

Non tutto è perduto di quel negoziato: altri Paesi dell’ex-URSS – Georgia e Moldavia – hanno fatto qualche timido passo verso l’Europa e, Russia permettendo, il loro cammino potrebbe proseguire.

È quindi una buona notizia, in questa brutta stagione europea, il decreto che in nostro ministero della salute porta in Consiglio dei Ministri per l’entrata in vigore della direttiva europea sulla sanità senza frontiere.

Le regole di applicazione si annunciano severe, ma dovrebbero consentire di porre rimedio a troppo lunghe liste di attesa nei diversi Paesi, inaugurando una prima europeizzazione del delicato e molto diversificato sistema di welfare nell’UE.

Ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che il nostro complesso sistema sanitario dia piena esecuzione al provvedimento, ma per una volta ci muoviamo sulla strada giusta che, non a caso, è quella europea.

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