10 giugno 2015

A voler prendere in prestito la metafora dei terremoti si potrebbe dire che l’Europa sembra sempre più collocata su una faglia generatrice di movimenti tettonici e che ricorrenti sciami sismici non annunciano niente di buono.

Vista sulla carta del mondo l’Europa fa la figura di un subcontinente di dimensioni modeste, poco più di un promontorio dell’Asia, quale fummo e rischiamo di tornare ad essere, come scrisse Paul Valéry. Piccole dimensioni e da sempre grandi sconvolgimenti, ad opera di guerre su molti suoi confini, interni ed esterni.

Sembrava che finalmente avessimo capito la lezione quando all’indomani della Seconda guerra mondiale avviammo un processo di integrazione, prima con la creazione del Consiglio d’Europa (1949) e, poco dopo, con la nascita della prima Comunità europea, la CECA (1951).

Sono passati sessant’anni da allora e molta strada è stata fatta, perlopiù a passo lento, con qualche balzo più deciso dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, con l’adozione della moneta unica e il grande allargamento dell’UE nel corso del primo decennio di questo secolo.

Quantitativamente la prima avanguardia degli anni ’50 è cresciuta di numero, dai primi sei siamo diventati ventotto nell’Unione Europea, altri Paesi aspettano di entrare, ma qualcuno sta anche pensando di uscire, come nel caso della Gran Bretagna e un altro, la Grecia, continua a essere in bilico. Questo quanto avviene ai bordi dell’UE, ma non va molto meglio all’interno: crescono le divergenze tra i Paesi membri e, spesso crescono, le divergenze anche all’interno dei singoli Paesi, come sa bene l’Italia.

Lo ha ricordato con parole chiare e preoccupate anche Mario Draghi, qualche giorno fa in Portogallo: nell’eurozona vi sono “profonde e crescenti divergenze… che tendono a diventare esplosive e possono arrivare a minacciare l’esistenza dell’Unione monetaria”.

Non va meglio fuori dell’eurozona dove, ai migliori tassi di crescita con si accompagnano tendenze alla coesione, in particolare quella politica, come sta avvenendo in Polonia, Ungheria e dintorni.
Allora, integrazione o disintegrazione dell’Europa? Se si guarda all’insieme del continente europeo, è inevitabile costatare che il processo di allargamento si sta arenando.

Non è solo il caso della Turchia, dove Erdogan guarda sempre di meno all’UE pur mantenendo in vita il negoziato di adesione; vale per l’Islanda che ha per ora rinunciato a entrare nell’UE, per l’Ucraina e i Paesi del Caucaso del sud che continuano a guardare a Bruxelles e, soprattutto, per i Paesi dei Balcani lasciati pericolosamente in anticamera, nonostante la loro vocazione europea, come ha ricordato la settimana scorsa papa Francesco a Sarajevo.

Al di là del congelamento del processo di allargamento, scricchiola vistosamente anche il processo di integrazione interno all’UE. Sono ferme, se non addirittura in arretramento, le dinamiche di integrazione sociale: basta pensare alla mancanza di solidarietà sul fronte dell’emergenza immigrati, tanto tra i Paesi UE che all’interno dell’Italia, come testimonia l’ignobile ricatto di Maroni.

Per non parlare del versante dell’integrazione politica, dove l’UE continua a muoversi in ordine sparso. Sarà anche da questa mancanza di coesione che viene la proposta franco-tedesca di rafforzare intanto l’eurozona, con all’orizzonte una Unione a più velocità, per chi avverte l’esigenza di approdare finalmente a un’Unione politica con chi cista ed è in condizione di parteciparvi.

Sciami sismici interni all’Europa e alle sue frontiere, come nel caso dei rapporti tesi con la Russia, si accompagnano a dinamiche di disintegrazione in corso nell’UE.

Movimenti che tuttavia non impediscono di lavorare a un’integrazione dei mercati tra Unione Europea e Stati Uniti: è il caso di quel Trattato commerciale transatlantico (TPPI) che inquieta molti al di qua e al di là dell’Atlantico, senza che le mobilitazioni della società civile internazionale e le forze progressiste nel Parlamento europeo riescano a incidere significativamente sul negoziato in corso.

Franco Chittolina

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