20 giugno 2016

La pentastellata Chiara Appendino è il nuovo sindaco di Torino e della Città Metropolitana.

Un’elezione, la sua, quindi che ci riguarda tutti. Anche se a sceglierla sono stati i soli residenti nel Capoluogo, anzi poco più della metà di loro aventi diritto al voto. Un dato d’affluenza che certifica, anche sotto la Mole, una disaffezione profonda dalla politica. Lontano ricordo l’affluenza superiore all’80 per cento di quindici anni fa.

Sempre meno capitale di quel Piemonte che è una vera e propria Caporetto per il Pd (persi tutti i ballottaggi in cui concorreva), Torino abbandona dopo quasi un quarto di secolo un governo ininterrotto e si consegna al Movimento Cinque Stelle. L’alfiere del “grillismo moderato” – faccia antisistema del Sistema, secondo i più pungenti commentatori – batte con nettezza il sindaco uscente, Piero Fassino. Una vittoria, conquistata con una rimonta davvero imponente, per molti versi giustamente definita storica.

Torino, secondo le considerazioni puntualmente smentite degli analisti, poteva essere il laboratorio del Partito della Nazione. Lo diventa, al contrario, del “partito dell’altra nazione”, quella della convergenza in nome dell’antirenzismo e del rifiuto del solito côté. Appendino, con un’evidente travaso di consensi dalle destre e dalla sinistra d’opposizione, sfonda nelle periferie; a Fassino resta il predominio nei quartieri del centro. Le “due città non comunicanti”, che l’arcivescovo Cesare Nosiglia aveva segnalato ben prima di questa campagna elettorale, si sono plasticamente rappresentate.

Appendino guiderà, sostenuta da una maggioranza monocolore con praticamente nessun precedente, per i prossimi cinque anni una Città in cerca dell’identità perduta. Lo farà dovendosi confrontare con le otto Circoscrizioni, frutto del risultato del primo turno, tutte in mano al centrosinistra. Assume anche, come abbiamo ricordato in apertura, il ruolo di Sindaco metropolitano (il sostituto, dopo la riforma Delrio, del Presidente della Provincia). Facile che si trovi nella condizione che gli americani chiamerebbero dell’anatra zoppa: i grillini, pur cresciuti nella rappresentanza in tanti Comuni del torinese, sono lontani dal potersi assicurare il controllo del Consiglio metropolitano. Un combinato che non sarà certo privo di conseguenze. Anche in questo senso vanno lette, oltre che nell’ambito della narrazione pentastellata di contendibilità del governo nazionale, le dichiarazioni improntate alla ricerca di un dialogo con tutta la Città. Come pure la scelta prudenziale – della serie “intanto partecipo, poi vedremo” – rispetto all’Osservatorio Tav.

Non mancano i dubbi sulla nuova classe dirigente. Viaggiano sotterranei, subito silenziati, nessuno degli stakeholder sembra volersi assumere la responsabilità di interrompere la “luna di miele con la Città”. La svolta è paragonata all’arrivo a Palazzo di Città del comunista Diego Novelli (1975) o del tecnico ulivista ante litteram Valentino Castellani (1993), ma in quei casi c’era un’evidenza di un personale tecnico-politico lungamente incubato nel Partito o nella tecnocrazia sabauda variamente progressista.

La vittoria di Chiara Appendino, in ogni caso, ci riguarda tutti. Anche se la riflessione sulla Città Metropolitana ha davvero occupato poco il confronto politico in questa lunga campagna elettorale.

Troppo presto per dire se questa sorprendente rimonta sia tra i momenti fondanti della Terza Repubblica, di certo Torino si appresta a vivere una nuova fase della propria storia.

Marco Margrita

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